Tì li sì lònghë, ma nin li sì accunduò.

(Tu sai tante cose, ma non li sai raccontare).

Riferito a quelle persone che nonostante sappiano tante cose e hanno molta esperienza, sono dei cattivi narratori, non catturano l’attenzione nel raccontare le cose.

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Apr 2, 2020 - Articoli    No Comments

San Salvo con le sue epidemie e calamità naturali

Questo è un’articolo dell’amico Michele Molino.

  • Nei secoli passati le epidemie hanno sempre “accompagnato” la vita dell’umanità.  Per quanto riguarda San Salvo, i documenti rinvenuti finora dai ricercatori non riportano le catastrofi accadute nei secoli anteriori al 1400.  Nel 1456 il territorio di San Salvo fu flagellato dai terremoti e maremoti, che causarono ingenti danni e centinaia di morti. Un’ epidemia spaventosa accadde nel 1594. “La campana suonò a morte per mesi interi e i campi rimasti incolti provocarono una forte carestia” riporta il libro “La Città di San Salvo” edito dal parroco don Cirillo Piovesan.  Nel 1656 e 1657 ritornò la peste. Fu portata da due mercanti di Campobasso.  Agli inizi dei 1800 scoppiò il tifo, che fece una strage. Nei primi mesi del 1816 morirono 187 persone tra cui 72 bambini.  Altri 100 nel 1818. L’anno del colera fu il 1837. Scrisse don Cirillo: “Un certo Piero D’angelo di Vasto era riuscito ad evadere il controllo per andare a mietere il grano a Montenero di Bisaccia. Come se non bastasse, i contadini di San Salvo avevano assunto dei mietitori di Montenero. Il morbo si diffuse con rapidità. Oltre 200 furono i morti. Furono fatte processioni con l’urna di San Vitale. Fu portata termine la ricostruzione della chiesa di San Rocco, protettore contro la terribile piaga della peste,”. Nel 1856 arrivò “il male arabo” cioè, il vaiolo, che recise la vita di 120 persone. I cadaveri furono sepolti nel lazzaretto dietro le mura del cimitero. Dopo 10 anni si ripresentò il contagio del colera, con 125 morti. I cadaveri accatastati furono bruciati con calce viva e sotterrati nel lazzaretto “La Libetta” in contrada Croce Grossa (zona 167). Il 1918 fu l’anno della Spagnola fu definita la più grave forma di pandemia della storia dell’umanità, tra 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo. In questi giorni siamo flagellati dal coronavirus, contro il quale medici, infermieri ed operatori sanitari si stanno prodigando per renderlo innocuo.

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Mar 31, 2020 - Articoli    No Comments

“Io speriamo che me la cavo.”

In questi giorni di tribolazioni e incertezze, di una umanità malgrado le avvisaglie nel tempo sottovalutate sembra che si stia sempre più avvicinando al ciglio del burrone, al punto di non ritorno, a causa di questa pandemia, mi sono tornate in mente le pagine di un libro letto anni fa:” Io speriamo che me la cavo”.

Così scritta:

 “Io preferisco la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, uno a destra e uno a sinistra, a centro quelli che andranno in Purgatorio. Saranno più di mille miliardi, più dei cinesi, fra capre, pastori e mucche. Ma Dio avrà tre porte. Unagrandissima (che è l’Inferno), una media (che è il Purgatorio) e una strettissima (che è il Paradiso). Poi Dio dirà: «Fate silenzio tutti!» e poi li dividirà. A uno quà a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di quà, ma Dio lo vede. Le capre diranno che non hanno fatto niente di male, ma mentiscono. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Arzano si farà inmille pezzi. Il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. Ci sarà una confusione terribile, Marte scoppierà, le anime andranno e torneranno dalla terra per prendere il corpo, il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. I buoni rideranno e i cattivi piangeranno, quelli del purgatorio un po ridono e un po piangono. I bambini del Limbo diventeranno farfalle:

“Io speriamo che me la cavo.”

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