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Ott 24, 2020 - Articoli    No Comments

Il Nuovo Ospedale

Era il lontano 3 ottobre 2000, quando fu presentato il progetto del nuovo ospedale di Vasto.

Sinceramente ogni volta che leggo un articolo che menzioni l’ospedale o di politici che ne fanno una bandiera in base al periodo, mi torna in mente un racconto di tanti anni fa, fattomi da mio padre.

Senza fare nomi, un giorno il signorotto del paese chiamò il suo muratore di fiducia perché a causa della pioggia dei giorni prima c’era una infiltrazione dal tetto.

Il muratore andò sul tetto, riparò il danno, fu pagato e andò via.

A distanza di molti mesi, dopo l’ennesima pioggia in un’altra parte del tetto si ripresentò il medesimo problema e fu richiamato il muratore.

Questa cosa andò avanti per tanti e tanti anni perché il muratore non sostituiva la tegola ma di volta in volta la spostava in altri punti del tetto.

Così facendo quella tegola mai sostituita, gli assicurava un guadagno costante e sicuro per la sua famiglia.

Morale della favola Ospedale=Tegola.

Set 20, 2020 - Articoli, Home, Vignette    No Comments

Le Processioni Vietate.

Qualcuno potrebbe dire “È il segno dei tempi che cambiano”.

Personalmente la cosa che mi colpisce di più è…

Una volta il popolo portava le Sacre Effigi in processioni e in prima fila c’era sempre un sacerdote, durante le varie vicissitudini di guerre, carestie e pandemie, pregavano per l’intervento dell’Altissimo, mentre adesso sono gli stessi Prelati che invitano a non fare processioni per evitare assembramenti.

Nello stesso periodo in netto contrasto, si vedono in giro manifestazioni di mercati e mercatini, inaugurazioni e feste politiche, happy hour e vari tipi di assembramento e ora riaprono anche gli stadi.

Quanti pesi e quante misure, qualcosa non torna….

Ago 18, 2020 - Articoli    No Comments

L’amore è eterno, finche dura (Henri de Régnier).

Quando ho visto questa scritta stavo andando a casa di un conoscente, devo essere sincero ho riso perché mi sembrava banale, pensando che io sono sposato da 32 anni. Poi una volta arrivato, davanti a un caffè parlando del più e del meno, il discorso cascò su varie persone conosciute e il mio amico mi face un elenco di coppie che erano scoppiate, separate di diverse età e condizione sociale. Capii in quel momento che di questi tempi quella scritta effettivamente aveva un valore vero in questo mondo che sta diventando sempre più futile nei valori.

Ago 7, 2020 - Articoli    No Comments

Frechètë.

Sempre più spesso mi trovo a sentire qualcuno esclamare l’espressione Frèchetë e la risposta secca è Frèchetë tì.

Parlare una lingua straniera è difficile, bisogna studiare la grammatica, pronuncia e le sfumature delle parole che cambiano all’interno delle frasi e il dialetto non fa eccezioni, perché a tutti gli effetti è una lingua straniera.

Ho notato che le nuove generazioni cercano di ritornare al vernacolo, riappropriarsi di un qualcosa che sentono loro, parlando una lingua che in verità non esiste che in molti chiamano abruzzese solo perché molte parole italiane vengono troncate, storpiate, adattate.

In verità parlano “Ggiargianàse” (linguaggio strano).

Questo è succede perché molti genitori provengono da una educazione passata, dove veniva inculcata nelle scuole l’idea che il dialetto era un obbrobrio, era disonorevole parlarlo e doveva essere abolita, eliminata, sterminata.

Anche perché nel caso di matrimoni di persone di località diverse avevano fatto un compromesso scegliendo di parlare esclusivamente l’italiano.

Così facendo non c’è stato un insegnamento, un passaggio, un lascito ereditiero della lingua dei propri avi.

Molte parole vengono tradotte per intuito cadendo in quello che gli Inglesi chiamano i false friends.  

Come nelle parole che iniziano con “Frè”.

Questo per dire che all’espressione “Frèchetë” viene abbinata per intuito a una parola negativa come Frecà (ingannare, rubare, atto sessuale) o Frecatìure (fregatura, inganno, imbroglio).

Ma in realtà Frèchetë è una espressione che esprime meraviglia stupore o rimprovero, come addirittura, a questo punto, diavolo, senza meno o quando vieni avvisato del pericolo e tu infischiandotene tiri dritto per la tua strada e ti va male, a quel punto la persona che ti voleva aiutare ti si rivolge dicendoti “Mò frèchetë” (ben ti sta).

Giu 30, 2020 - Articoli    No Comments

THE WOMEN IN WAR.

Tempo fa mi sono trovato a guardare un documentario dove un ippopotamo dopo aver sconfitto il vecchio capobranco, uccideva tutti i cuccioli del vecchio leader in modo da far tornare in calore le femmine e poterle coprire, dando origine alla sua stirpe, come facevano gli umani feudatari nel medio evo con “Lo ius primae noctis”. Di conseguenza il mio pensiero va alla classica espressione dialettale “Zë štà a fenè lu muànnë “(Sta finendo il mondo). Dico questo perché vedo sempre più donne che cercano di somigliare agli uomini, coloro che per natura possono dare origine alla vita, imbracciare le armi, scegliendo carriere militari consapevoli che un giorno possono togliere la vita a un figlio di una puerpera come loro, alla pari degli uomini che per natura vengono definiti guerrafondai, per confermare la loro leadership, il loro posto da capobranco. Di conseguenza mi chiedo perché ci meravigliamo che questo mondo abbia spostato il suo asse verso una cattiveria tangibile, non quello bello e non palpabile che la televisione con tutti quei programmi di buonisti, di umanitari fasulli e ipocriti, che ci vogliono far credere, ma una ripida discesa che ci porta verso un baratro di una ferocia concreta e reale della natura umana. Dove la donna non riesce più ad essere come un tempo ambasciatrice, artefice e portatrice di pace, ma cerca di rivendicare nel 8 marzo l’uguaglianza all’uomo, lo stesso uomo che loro odiano dicendo che loro sono migliori. Ma bisogna tornare a pensare e accettare che l’uomo e la donna hanno per natura la compensazione di tutto quello che manca all’altro.

Apr 2, 2020 - Articoli    No Comments

San Salvo con le sue epidemie e calamità naturali

Questo è un’articolo dell’amico Michele Molino.

  • Nei secoli passati le epidemie hanno sempre “accompagnato” la vita dell’umanità.  Per quanto riguarda San Salvo, i documenti rinvenuti finora dai ricercatori non riportano le catastrofi accadute nei secoli anteriori al 1400.  Nel 1456 il territorio di San Salvo fu flagellato dai terremoti e maremoti, che causarono ingenti danni e centinaia di morti. Un’ epidemia spaventosa accadde nel 1594. “La campana suonò a morte per mesi interi e i campi rimasti incolti provocarono una forte carestia” riporta il libro “La Città di San Salvo” edito dal parroco don Cirillo Piovesan.  Nel 1656 e 1657 ritornò la peste. Fu portata da due mercanti di Campobasso.  Agli inizi dei 1800 scoppiò il tifo, che fece una strage. Nei primi mesi del 1816 morirono 187 persone tra cui 72 bambini.  Altri 100 nel 1818. L’anno del colera fu il 1837. Scrisse don Cirillo: “Un certo Piero D’angelo di Vasto era riuscito ad evadere il controllo per andare a mietere il grano a Montenero di Bisaccia. Come se non bastasse, i contadini di San Salvo avevano assunto dei mietitori di Montenero. Il morbo si diffuse con rapidità. Oltre 200 furono i morti. Furono fatte processioni con l’urna di San Vitale. Fu portata termine la ricostruzione della chiesa di San Rocco, protettore contro la terribile piaga della peste,”. Nel 1856 arrivò “il male arabo” cioè, il vaiolo, che recise la vita di 120 persone. I cadaveri furono sepolti nel lazzaretto dietro le mura del cimitero. Dopo 10 anni si ripresentò il contagio del colera, con 125 morti. I cadaveri accatastati furono bruciati con calce viva e sotterrati nel lazzaretto “La Libetta” in contrada Croce Grossa (zona 167). Il 1918 fu l’anno della Spagnola fu definita la più grave forma di pandemia della storia dell’umanità, tra 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo. In questi giorni siamo flagellati dal coronavirus, contro il quale medici, infermieri ed operatori sanitari si stanno prodigando per renderlo innocuo.

Mar 31, 2020 - Articoli    No Comments

“Io speriamo che me la cavo.”

In questi giorni di tribolazioni e incertezze, di una umanità malgrado le avvisaglie nel tempo sottovalutate sembra che si stia sempre più avvicinando al ciglio del burrone, al punto di non ritorno, a causa di questa pandemia, mi sono tornate in mente le pagine di un libro letto anni fa:” Io speriamo che me la cavo”.

Così scritta:

 “Io preferisco la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, uno a destra e uno a sinistra, a centro quelli che andranno in Purgatorio. Saranno più di mille miliardi, più dei cinesi, fra capre, pastori e mucche. Ma Dio avrà tre porte. Unagrandissima (che è l’Inferno), una media (che è il Purgatorio) e una strettissima (che è il Paradiso). Poi Dio dirà: «Fate silenzio tutti!» e poi li dividirà. A uno quà a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di quà, ma Dio lo vede. Le capre diranno che non hanno fatto niente di male, ma mentiscono. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Arzano si farà inmille pezzi. Il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. Ci sarà una confusione terribile, Marte scoppierà, le anime andranno e torneranno dalla terra per prendere il corpo, il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. I buoni rideranno e i cattivi piangeranno, quelli del purgatorio un po ridono e un po piangono. I bambini del Limbo diventeranno farfalle:

“Io speriamo che me la cavo.”

Mar 19, 2020 - Articoli    No Comments

Tutti fratelli?

In questi giorni, dove le persone costrette a stare casa sono alla ricerca di un’occupazione e hanno tanto tempo per riflettere, si ritrovano al punto di riscoprire una fratellanza dimenticata, un’appartenenza a qualcosa, la voglia di non essere lasciati soli, di essere uniti, quasi a smascherare una italianità dimenticata.

Questo mi ha fatto riaffiorare dei racconti di mia madre del periodo della seconda guerra mondiale vissuta dai suoi 12 anni ai suoi 18 anni. Lei mi narrava di come man mano che il conflitto si inaspriva, la scala sociale scompariva il ricco scendeva e il povero saliva, ognuno aveva bisogno dell’altro per sopravvivere al punto che si era tutti uguali, tutti fratelli, come dice il proverbio “Pìurë la reggènë tè bbisàgnë dë lu vicènë” (Anche la regina ha bisogno del vicinato).

Ma finite le ostilità ognuno ha rivoluto e si è ripreso il suo gradino sociale, ritornarono i don, i signori, i dottori e altri titoli, tutti dimenticarono subito gli anni della sofferenza della croce portata insieme.

Senza farci illusioni quando passerà questa epidemia, le persone si richiuderanno subito nel loro egoistico guscio.

Stefano Marchetta

Feb 10, 2020 - Articoli    No Comments

La mammènë.

I bambini nascono, sono nati e nasceranno.

Questa figura emblematica sempre presente nelle narrazioni dai tempi più remoti mi ha sempre colpito, per questo voglio ricordare alcuni nomi di queste levatrici che hanno aiutato le donne di San Salvo nei vari periodi storici.

Artese Vittoria 1798, Ciavatta Santa 1809, Di Santo Maria, Giuseppe 1812, Melchiorre Nobila 1820, Desiato Francesca 1824, Giapietro Angelantonia 1831, Checchia Francesca 1886, Frasca Emma Giulia 1913, Nola Ermida 1962.

Personalmente sono nato a cavallo del cambiamento, mentre alcuni cominciavano ad andare a partorire in ospedale io sono nato in casa. In quei tempi ed per qualche lasso di tempo si usava chiedere “A tà chì t’à fàttë nàscë”? (A te chi ti ha fatto nascere?) “A ta chì t’arcòddë”? (A te chi ti ha raccolto?). Questa non era una domanda a doppio senso o religioso o altro, ma era riferito al nome della mammènë (Levatrice, Ostetrica). Nel mio caso la donna che aiuto mia madre a mettermi alla luce fu Donna Emma forse l’ultimo, anche se era andata da poco in pensione non abbandono mia madre al quarto parto. Per l’anagrafe Frasca Emma Giulia, che era nata a L’Aquila il 20-01-1893 e deceduta a San Salvo il 31-03-1973. La popolazione nutriva grande rispetto per la sua persona e per il suo lavoro che in quei tempi, non era facile, i parti avvenivano nelle case, a volte in piena notte e spesso in condizioni indescrivibili per i nostri tempi moderni, la “mammène” doveva correre subito, il bambino non aspettava, non guardava ne l’orologio ne il maltempo. Erano tempi davvero bui e bisogna ricordare, che vi era un’alta mortalità tra i neonati. Ricordo di quando mia madre mi raccontava di Donna Emma in particolare una frase è rimasta indelebile nella mia mente “Quèssë mò fa la fènë dë chill’àltrë” (Questo sta per fare la fine di quell’altro), riferendosi a mio fratello Giuseppe che nacque in posizione podalica nel 1954 e morì lo stesso giorno, poi riuscii a girarmi o mi fecero girare non so, andò tutto bene e sono qui.

Con la legge 833 del 1978 sul Servizio Sanitario Nazionale, l’Istituto Nazionale della Sanità abolì formalmente la figura dell’ostetrica condotta, il ruolo dell’antica “mammène” terminò, spostando di fatto le nascite dalle case agli ospedali.

Stefano Marchetta

Gen 11, 2020 - Articoli    No Comments

Gaetano Filangieri diceva…

Gaetano Filangieri (San Sebastiano al Vesuvio, 22 agosto 1753 – Vico Equense, 21 luglio 1788) è stato un giurista e filosofo italiano.

È ritenuto uno dei massimi giuristi e pensatori italiani.

Nonostante era figlio di nobili, suo padre era principe era molto liberale.

Un suo pensiero mi ha colpito, attuale ora come allora.

Lui scriveva:” Siamo vecchi, vecchi, vecchi cani a la catena, troppo vecchi, aspettiamo sempre un padrone, come dei cani aspettiamo qualcuno che provvede a noi alla nostra felicità, aspettiamo un padre chi sa forse Dio.

 I popoli sono sovrani della loro felicità e delegano i re (i politici) a realizzarla non a negarla. Questo è l’unico contratto fra Sovrano e Popolo”.

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