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Mar 31, 2019 - Articoli    No Comments

Lu Ciaràllë.

Il “Ciarallo” figura emblematica di un tempo andato, era il settimo figlio maschio nato senza interruzione di una nascita femminile.

Nell’antichità il numero sette era considerato sacro da tutte le nazioni acculturate dell’oriente e dell’occidente.

Nell’antica Roma erano chiamati “marsus”.

 Il ciarallo si racconta avesse il potere di incantare e richiamare i serpenti, dai cui attacchi era immune.

Non bastava semplicemente essere il settimo fratello, ma occorreva un apposito rito d’iniziazione: “l’inciaramazione” fatto da un ciarallo anziano.

Si faceva ricorso al Ciarallo quando un serpente entrava in casa e si racconta che puntualmente il rettile accorresse da lui non appena questi fischiasse. Altro compito sociale del Ciarallo era quello di “inciaramare” le genti, cioè spalmare un po’ di speciale unguento, con tanto di ricetta segreta, sul braccio di chi ne faceva richiesta, in modo da garantire protezione dal morso dei serpenti. Facevano particolarmente ricorso a questa protezione le mamme per proteggere i loro figli, che erano sempre in giro nelle aie e nelle campagne.

Questa figura nel tempo a San Salvo è scomparsa, sia perché negl’anni non è più nato un settimo maschio, oppure non ha seguito la procedura di “inciaramazione”, quindi non ha ricevuto il passaggio dei poteri.

A San Salvo ne è rimasto uno ancora vivente I.P.

Stefano Marchetta

Feb 24, 2019 - Articoli    No Comments

Ricchi o Poveri tutti uguali?

Anni fa nella piazza antistante la chiesa di San Nicola sul lato sinistro, c’erano degli abeti e nella loro ombra erano poste delle panchine. Su una di queste, forse scritto in un attimo di riflessione solitaria o mentre si era venuto in chiesa ad accompagnare un caro defunto, c’era scritto:” Tanti sacrifici per una buca corta, stretta e poco profonda”, quasi a voler sottolineare quello che Leonardo Sciascia evidenziò nella Roba, dove il Mazzarò si rende conto che la terra doveva lasciarla là dov’era, per marcare che nella vita ci sono priorità superiori ai beni terrestri. Nei tempi moderni vedo sui social sempre più spesso la foto di due tombe con la scritta ricco e povero tutti uguali. Sarei anche d’accordo, se nel momento del trapasso tutti i beni e tant’altro venissero resettati, visto che tutto questo non avviene, l’uomo continuerà a fare di tutto per accumulare ricchezze e assicurare ai suoi eredi presenti e futuri il massimo dell’agiatezza.

Stefano Marchetta

Nov 21, 2018 - Articoli    No Comments

Che mestiere fa tuo figlio?

Chë mištìrë zë štà ambarà fèitë? Štènnë lë ìngë a quèllë chë fa lë friscèllë.

Un Mestiere, un lavoro, un’occupazione o una professione è stato da sempre un problema che attanaglia l’uomo. Con questo modo di dire creato dalla saggezza popolare nello scambio verbale fatta da due conoscenti dove uno chiede che mestiere fa il figlio, la risposta afferma in un modo simpatico la mancanza di un lavoro. Immaginando una figura lavorativa che non è necessaria, un’apprendista che aiuta il mastro nel fare fuscelli per il formaggio, passandogli steli di giunco.

Stefano Marchetta

Mag 9, 2018 - Articoli, Vignette    No Comments

La Poppata.

Mi viene da sorridere, quando penso che stiamo vivendo un periodo dove la pubblicità, le trasmissioni, i film e il modo di parlare ed esprimersi di tutte le tipologie di persone usando con disinvoltura e naturalezza le espressioni più colorite, hanno quasi del tutto sdoganato il porno. In tutto questo permissivismo, ci sono persone che si scandalizza nel vedere uno degli atti d’amore che una mamma compie verso il proprio cucciolo, allattarlo, nutrirlo, essendo l’atto più primitivo, istintivo e naturale che tutti i mammiferi compiono dagli albori dei tempi. Personalmente ogni volta che ne sento parlare, comincio a canticchiare in automatico una canzone del grande Fabrizio De André, precisamente questa strofa:

“Si sa che la gente dà buoni consigli

sentendosi come Gesù nel tempio

Si sa che la gente dà buoni consigli

se non può più dare cattivo esempio

Così una vecchia mai stata moglie

senza mai figli, senza più voglie

si prese la briga e di certo il gusto

di dare a tutte il consiglio giusto …”

Stefano Marchetta

Dic 17, 2017 - Articoli    No Comments

N’azzàtë dë hànnë (Un’alzata di gonna).

Io penso che il passare degli anni, il tempo cambia le scenografie, i nomi ma alcuni personaggi o lavori sono sempre gli stessi, a tal proposito voglio raccontarvi questo episodio.

I vecchi contadini o i nuovi agricoltori sanno che ci sono periodi dove alcuni lavori si possono gestire a proprio piacimento, poi ci sono periodi legati al raccolto che hai un piccolo periodo dove poterti organizzare e poi ci sono raccolti come le pesche che sono loro a decidere o ti trovi nel giorno giusto sotto le piante a raccogliere il tanto atteso frutto o il lavoro di un anno va in fumo.In questi giorni di trepida attesa uno dei nemici più pericolosi è il garbino perché mantiene la sua temperatura calda anche di notte stressando il frutto portandolo a maturazione. L’unica soluzione è di andare sul campo con più operai possibili per salvare il raccolto, così ricordo quando successe una volta a mio padre. Lui chiese in giro se c’era qualcuno che potesse aiutarlo. Un amico burlone che forse sapeva o c’era passato già lui lo indirizzò verso una casa dicendo: “Vergì, a chellë càsë cë àbbetë ìunë chë va’ jurnuòtë” (Virginio, in quella casa ci abita una che va a giornate). Mio padre ingenuamente andò a bussare a quella porta e domandò. Aprì una signora che ascoltata la richiesta, con gentilezza chiesa cosa doveva fare e quando avrebbe guadagnato, sentito la cifra (a quei tempi la giornata era sulle 30/40 mila lire), la donna sorridendo con una risposta inaspettata che spiazzo e fece arrossire mio padre fu: ”Jé šti quatrènë më l’abbìschë ‘nghë n’azzàtë dë hànnë” (Io questo denaro me li guadagno con un’alzata di gonna).

Stefano Marchetta

Lug 18, 2017 - Articoli    No Comments

UN RICORDO.

Noi moriamo, ma torniamo ogni volta che qualcuno ci ricorda, con un nostro aneddoto, una nostra frase, una nostra lacrima, un nostro sorriso o guardando semplicemente una nostra foto.

Nessuno è veramente estinto finché un’unica anche misero e flebile sussurro, voce, respiro o pensiero parlerà di noi.

Amate i vostri genitori, innamoratevi dei vostri figli, perché la terra non vuole il male dell’albero e l’albero non può essere ostile ai propri frutti.

Ridiamo per le cose fatte bene, ma sorridiamo anche per le cose che abbiamo sbagliato, dei nostri fallimenti perché noi le abbiamo fatte, non nascondiamoci dietro un dito, la vita siamo noi stessi, noi stessi siamo la vita.

A volte la dura esistenza ci mette una musica che a noi non piace, ma la dobbiamo ballare ugualmente, finché il disc jockey non decide di cambiare musica o accoglie una nostra richiesta.

Meglio vivere un istante che non essere nati, noi che siamo il micro nella macro dell’universo.

L’unica nota stonata del futuro è la paura di non esserci.

Stefano Marchetta

Mar 21, 2017 - Articoli    No Comments

“La štòzzë”.

Una volta quando si andava in campagna, c’erano delle regole per quando riguardava il mangiare, considerando che non si usava l’orologio ma era la luce del sole che scandiva l’inizio e la fine della giornata lavorativa. L’estate dove le giornate erano più lunghe ci si fermava quattro volte, l’inverno solo due volte.

La štòzzë – Era una pre colazione fatta quasi a inizio lavoro, un pezzo di pane per assaggiare qualcosa, generalmente era formaggio in modo di poter fare la prima bevuta di vino.

La mappatèllë (la colazione) – Generalmente era pane e companatico che ogn’uno si portava da casa a proprie spese, l’immagine comune è quella di un canevaccio i cui lembi legati a incrocio dove all’interno c’è il cibo.

Mezzejùrnë: Pranzo preparato dai proprietari con pasta, carne e altro che era portato generalmente dalla moglie del proprietario all’orario convenuto dentro una cesta, tenuta in equilibrio sulla testa con l’aiuto della spärë (Il CERCINE). Le famiglie più povere che non potevano garantire un pranzo uguale a tutti, preparavano la sera prima una grossa pagnotta di pane, dove una volta tagliata in mezzo, era messo a suo interno tutto quel poco che si possedeva in casa, un po’ di olio, pezzetti di salsiccia, pepi e pomodorini secchi, alici, peperoni cotti e altro, in modo che il pane assorbisse gli odori e i succhi del cibo, a pranzo era fatto a spicchi e offerto, senza che ci fosse disparità tra gli operai.

Vivitìccë – era una piccola bevuta, un po’ di cibo alla buona, preparato per rifocillare i lavoratori dei campi nelle ore pomeridiane per rifare l’ultima bevuta, una piccola merenda.

Stefano Marchetta

Feb 2, 2017 - Articoli    No Comments

Lu luàpë e l’agnèllë.

L’abbondanza, un tempo ce n’era talmente tanta che un lupo trovò un agnello, non lo mangio, ma lo mise sotto la sua ala protettiva, trattandolo al suo pari. Arrivò un inverno talmente brutto e freddo che portò tanta carestia, il lupo non riusciva a cacciare e la debolezza lo stava assalendo.

Un giorno chiamò l’agnello e gli disse: “ Jé më ti à magnà” !

L’agnello subito chiese: “ Chë tì aijë fàttë, addò aijë sbajàtë ”?

Il lupo di nuovo: Jé më ti à magnà”!

L’agnello con voce tremante: ” Dèmmë, dèmmë almènë ‘nu mutèvë ”!

Il lupo esclamò: ” Peccà ‘na vòddë nònnetë m’à ‘ndruvutàtë l’àcquë candë jé štàva a bàvë a lu vuallàunë ”!

Morale, quando tutto va bene, tutti ti vogliono bene.

Stefano marchetta

Nov 9, 2016 - Articoli    No Comments

Quale foglia rappresenta la tua vita?

Tante volte nel tempo ho guardato, osservato e riflettuto scrutando le mie piante di pesche, ammiravo le chiome che si muovevano danzanti e festose al soffio a volte delicata di una lontana brezza marina, mentre a volte sbattute da venti di tramontana che le sballottavano a destra e a manca e il suono che emettevano le folte chiome delle piante, sembravano urla disperate mentre si abbracciavano spaurite. In tutte due i casi vedevano foglie che abbandonavano il ramo dove erano nate e vissute e in modi diversi intraprendevano il loro viaggio verso la madre terra, vicino alle radici della sua pianta natia, altri invece il vento le portava a perire lontane dal luogo di nascita. Mentre alla maggioranza era riservata una vita nella media, alcune foglie, superavano le intemperie, le siccità estive ed erano ancora la in pieno inverno ad aspettarmi e a guardarmi iniziare la potatura, forte e invecchiate nelle mille sfumature di colori che l’autunno le aveva pazientemente colorate. Ho sempre pensato che le piante rappresentasse la terra e le foglie fossero la moltitudine delle persone che la popolano. Ogni giorno una foglia indipendentemente dall’età abbandona il suo ramo e va a morire. Ogn’uno di noi fa progetti, pianifica e sogna gli eventi futuri pieni di gioie, coscienti di dover sopportare anche eventi tristi ma convinti tutti di essere quella foglia che in inverno aspetta appesa al suo ramo. Sinceramente penso che ogn’uno di noi si chiede: “Qual è la mia foglia”.

Stefano Marchetta

Leone Balduzzi, il cavaliere.

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Ricordo che da bambino conoscevo nella mia ingenuità Leone Balduzzi come il padrone del negozio in Corso Umberto I°, un commerciante.

L’immagine del ricordo di Leone Balduzzi e concentrata in un piccolo fotogramma della mia mente, un giorno di Natale di tanti anni fa, andando a messa sentii un suono nuovo che echeggiava nella chiesa, incuriosito, mi avvicinai verso l’altare, quando giunsi nelle vicinanze, vedi un signore dai capelli bianchi girato di schiena che provava il suo strumento prima della santa messa. Quando ne scoprii il volto, rimasi sorpreso nel vedere chi era, quell’istante di lui con la guancia appoggiata sul violino che si muoveva come chi sta ballando con la sua dama, nella mia mente è sempre abbinato al cavaliere e così ho voluto disegnarlo. In seguito crescendo, ebbi modo di conoscere il poeta, musicista, autore di autentici capolavori musicali, come “Sante Salve belle” che è diventata nel tempo l’inno della nostra città.

Ha avuto il grande merito di essere negli anni 80 insieme al maestro Fiorentino Fabrizi di creare il complesso bandistico “Città di San Salvo”, di cui era Presidente onorario, di cui ebbi la fortuna di farne parte in quegli anni conoscendolo anche in quella veste. Anche la “Corale 50 e più”, fu realizzata e voluta fortemente da Leone.

Che dire ancora è stato un grande.

Stefano Marchetta

 

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