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Feb 7, 2021 - Articoli    No Comments

”Lu mòrte, n’è mòrte”!

In San Salvo c’era la famiglia di Valerio Torricella, loro lavoravano come carrettieri trasportando merci varie, carbone, legna, materiali da costruzione, prodotti della campagna, a volte trasportava anche persone e avevano anche carrozze per i funerali. Nell’ inverno del 1950 Vitale Torricella il figlio maggiore di Valerio insieme al piccolo Vitale Melodini (mio suocero) erano andati a Lentella un paese vicino per un funerale. Lungo la via del ritorno mentre il pomeriggio cominciava a chiamare la sera, il freddo era pungente e l’umidità entrava nelle ossa, Vitale disse al piccolo: ”Nne sèrve ca štàme tutte e dìvvue aècche a pijjé lu fràdde, mettète dàndre a lu cuàrre accusciuè štì càlle” (Non serve che stiamo entrambi a cassetta a prendere freddo, mettiti dentro il carro cosi stai caldo). Il piccolo Vitale così fece e si sdraio, complice il calduccio che si era formato al suo interno grazie alla bella imbottitura di velluto rosso, favorito dal dondolio della carrozza, Morfeo lo avvolse in un profondo sonno. Al rientro al paese qualcuno notò che all’interno della carrozza c’era una salma senza bara, poiché loro facevano anche un lavoro di recupero di persone che avevano avuto incidenti mortali, quello che adesso chiamiamo “Coroner”, alcuni paesani pensarono a una disgrazia. Man mano che il carro procedeva verso casa la folla aumentava e con lei la curiosità, nonostante le domande che gli lanciavano:”Vetà che succèsse, chì è quèsse”? (Vitale cosa è successo, che è quello) Vitale rimaneva in silenzio conscio dell’equivoco non rispondeva ma rallentava l’andatura del cavallo e allungando il percorso verso casa. Quando la carrozza arrivò davanti casa in corso Garibaldi la quantità di persone che li seguiva desiderose di conoscere i dettagli era cresciuta uomini, ragazzi, donne e vecchi nascosti nelle loro cappe.

Solo in quel momento il carrettiere emise il classico verso per fermare i cavalli “Iiiiòoo”, in quel momento, il piccolo Vitale usci dal suo torpore e strofinandosi gli occhi ancora pieni di sonno si mise a sedere non capendo perché tutti lo guardavano sbigottiti, poi si sentirono solo urla di terrore e rumori di passi che correvano via, mentre qualcuno gridava a squarciagola:” Lu mòrte, n’è mòrte, lu mòrte, n’è mòrte” (Il morto, non è morto).

Mentre nella piazzetta riecheggiava il fragore della risata di Vitale seduto ancora in cassetta.

Stefano Marchetta

Gen 23, 2021 - Articoli    No Comments

La Marchesa Caterina Gerini a San Salvo.

Generalmente quando si parla di terreni agricoli a San Salvo, ho notato che per la maggiore ci si riferisce con toni accesi a quando il Marchese D’Avalos vendette i terreni sottobanco e a quando il nuovo proprietario, con la complicità di alcune persone preposte a tutelare i contadini, ci cacciò dai terreni che le nostre famiglie lavoravano già da diverse generazioni.

Sinceramente difficilmente sento parlare della Marchesa Caterina Gerini (09-06-1912/ 16.11.2012), eppure ha fatto del bene a tante famiglie. Forse perché non abitava in zona in un palazzo signorile a testimoniare la sua presenza o forse perché non ci fu speculazione ai danni dei contadini da richiedere scioperi e manifestazioni da darne una certa risonanza, quando vendette a un prezzo onesto i sui terreni ai suoi affittuari facendoli diventare finalmente proprietari del proprio lavoro e del sudore lasciato di vari antenati che lo avevano arato nel tempo. Trattativa di vendita che si concluse davanti al notaio Vittorio Colangelo negli anni ’80.

La Marchesa quando veniva da Roma per curare i propri interessi, dovendosi trattenere per periodi più o meno lunghi, veniva ospitata dal Marchese D’Avalos nella Casina (ora ristorante Vecchio Casale) in contrata Bufalara.

Nelle vicinanze della Casina c’era la masseria del mio bisnonno Fabrizio Carmine, dove viveva sua moglie Marchetta Aurelia vedova, con i suoi 11 figli. Tutte volte che veniva a San Salvo, la Marchesa si recava a trovare la mia bisnonna di cui aveva una forte stima e ammirazione per la sua forza nell’andare avanti senza un marito (stiamo parlando inizi ‘900).

Lei amava fermarsi a volte a pranzo, dicendo che così si sentiva meno sola, era come se fosse a casa nel sentire tutto quel vociare di ragazzi che riempivano tutta la cucina, perché avendo 13 figli era meno nostalgica in quei momenti lontana dal suo focolare domestico, con tanti adolescenti intorno a lei.

Ho sempre desiderato dare un volto a questa signora di cui sentivo parlare da quando ero piccolo e tempo fa uno dei figli della marchesa mi ha accontentato inviandomi delle foto.

Aurelia Marchetta la mia bisnonna
la marchesa
Gen 1, 2021 - Articoli    No Comments

Buon 2022.

Buon 2022.

Perché dico questo qualcuno può pensare.

Quando nasce un bambino noi cominciamo a contare inizialmente le ore, poi i giorni e i mesi di vita fino al fatidico compleanno dove finalmente possiamo scrivere il numero primo 1. Tendenzialmente continuiamo per un altro anno ad esprimerci in mesi dicendo il bimbo sta vivendo il suo 13/14/15 mese di vita fino al giorno del compleanno aggiorniamo con il numero 2. Poi per 11 mesi l’età rimane fissa per aumentare il giorno del compleanno. Così ieri 31 Dicembre noi abbiamo completato l’anno passato di cui possiamo scrivere il numero 2021 e ne iniziamo un altro 2022 che non possiamo scrivere, con il Capodanno (da capo d’anno) primo giorno del nuovo anno. All’ora che senso ha augurare tutto il bene del mondo su una data già passata come l’attuale 2021 e poi ci lamentiamo che siamo sfortunati.

Ott 24, 2020 - Articoli    No Comments

Il Nuovo Ospedale

Era il lontano 3 ottobre 2000, quando fu presentato il progetto del nuovo ospedale di Vasto.

Sinceramente ogni volta che leggo un articolo che menzioni l’ospedale o di politici che ne fanno una bandiera in base al periodo, mi torna in mente un racconto di tanti anni fa, fattomi da mio padre.

Senza fare nomi, un giorno il signorotto del paese chiamò il suo muratore di fiducia perché a causa della pioggia dei giorni prima c’era una infiltrazione dal tetto.

Il muratore andò sul tetto, riparò il danno, fu pagato e andò via.

A distanza di molti mesi, dopo l’ennesima pioggia in un’altra parte del tetto si ripresentò il medesimo problema e fu richiamato il muratore.

Questa cosa andò avanti per tanti e tanti anni perché il muratore non sostituiva la tegola ma di volta in volta la spostava in altri punti del tetto.

Così facendo quella tegola mai sostituita, gli assicurava un guadagno costante e sicuro per la sua famiglia.

Morale della favola Ospedale=Tegola.

Set 20, 2020 - Articoli, Home, Vignette    No Comments

Le Processioni Vietate.

Qualcuno potrebbe dire “È il segno dei tempi che cambiano”.

Personalmente la cosa che mi colpisce di più è…

Una volta il popolo portava le Sacre Effigi in processioni e in prima fila c’era sempre un sacerdote, durante le varie vicissitudini di guerre, carestie e pandemie, pregavano per l’intervento dell’Altissimo, mentre adesso sono gli stessi Prelati che invitano a non fare processioni per evitare assembramenti.

Nello stesso periodo in netto contrasto, si vedono in giro manifestazioni di mercati e mercatini, inaugurazioni e feste politiche, happy hour e vari tipi di assembramento e ora riaprono anche gli stadi.

Quanti pesi e quante misure, qualcosa non torna….

Ago 18, 2020 - Articoli    No Comments

L’amore è eterno, finche dura (Henri de Régnier).

Quando ho visto questa scritta stavo andando a casa di un conoscente, devo essere sincero ho riso perché mi sembrava banale, pensando che io sono sposato da 32 anni. Poi una volta arrivato, davanti a un caffè parlando del più e del meno, il discorso cascò su varie persone conosciute e il mio amico mi face un elenco di coppie che erano scoppiate, separate di diverse età e condizione sociale. Capii in quel momento che di questi tempi quella scritta effettivamente aveva un valore vero in questo mondo che sta diventando sempre più futile nei valori.

Ago 7, 2020 - Articoli    No Comments

Frechètë.

Sempre più spesso mi trovo a sentire qualcuno esclamare l’espressione Frèchetë e la risposta secca è Frèchetë tì.

Parlare una lingua straniera è difficile, bisogna studiare la grammatica, pronuncia e le sfumature delle parole che cambiano all’interno delle frasi e il dialetto non fa eccezioni, perché a tutti gli effetti è una lingua straniera.

Ho notato che le nuove generazioni cercano di ritornare al vernacolo, riappropriarsi di un qualcosa che sentono loro, parlando una lingua che in verità non esiste che in molti chiamano abruzzese solo perché molte parole italiane vengono troncate, storpiate, adattate.

In verità parlano “Ggiargianàse” (linguaggio strano).

Questo è succede perché molti genitori provengono da una educazione passata, dove veniva inculcata nelle scuole l’idea che il dialetto era un obbrobrio, era disonorevole parlarlo e doveva essere abolita, eliminata, sterminata.

Anche perché nel caso di matrimoni di persone di località diverse avevano fatto un compromesso scegliendo di parlare esclusivamente l’italiano.

Così facendo non c’è stato un insegnamento, un passaggio, un lascito ereditiero della lingua dei propri avi.

Molte parole vengono tradotte per intuito cadendo in quello che gli Inglesi chiamano i false friends.  

Come nelle parole che iniziano con “Frè”.

Questo per dire che all’espressione “Frèchetë” viene abbinata per intuito a una parola negativa come Frecà (ingannare, rubare, atto sessuale) o Frecatìure (fregatura, inganno, imbroglio).

Ma in realtà Frèchetë è una espressione che esprime meraviglia stupore o rimprovero, come addirittura, a questo punto, diavolo, senza meno o quando vieni avvisato del pericolo e tu infischiandotene tiri dritto per la tua strada e ti va male, a quel punto la persona che ti voleva aiutare ti si rivolge dicendoti “Mò frèchetë” (ben ti sta).

Giu 30, 2020 - Articoli    No Comments

THE WOMEN IN WAR.

Tempo fa mi sono trovato a guardare un documentario dove un ippopotamo dopo aver sconfitto il vecchio capobranco, uccideva tutti i cuccioli del vecchio leader in modo da far tornare in calore le femmine e poterle coprire, dando origine alla sua stirpe, come facevano gli umani feudatari nel medio evo con “Lo ius primae noctis”. Di conseguenza il mio pensiero va alla classica espressione dialettale “Zë štà a fenè lu muànnë “(Sta finendo il mondo). Dico questo perché vedo sempre più donne che cercano di somigliare agli uomini, coloro che per natura possono dare origine alla vita, imbracciare le armi, scegliendo carriere militari consapevoli che un giorno possono togliere la vita a un figlio di una puerpera come loro, alla pari degli uomini che per natura vengono definiti guerrafondai, per confermare la loro leadership, il loro posto da capobranco. Di conseguenza mi chiedo perché ci meravigliamo che questo mondo abbia spostato il suo asse verso una cattiveria tangibile, non quello bello e non palpabile che la televisione con tutti quei programmi di buonisti, di umanitari fasulli e ipocriti, che ci vogliono far credere, ma una ripida discesa che ci porta verso un baratro di una ferocia concreta e reale della natura umana. Dove la donna non riesce più ad essere come un tempo ambasciatrice, artefice e portatrice di pace, ma cerca di rivendicare nel 8 marzo l’uguaglianza all’uomo, lo stesso uomo che loro odiano dicendo che loro sono migliori. Ma bisogna tornare a pensare e accettare che l’uomo e la donna hanno per natura la compensazione di tutto quello che manca all’altro.

Apr 2, 2020 - Articoli    No Comments

San Salvo con le sue epidemie e calamità naturali

Questo è un’articolo dell’amico Michele Molino.

  • Nei secoli passati le epidemie hanno sempre “accompagnato” la vita dell’umanità.  Per quanto riguarda San Salvo, i documenti rinvenuti finora dai ricercatori non riportano le catastrofi accadute nei secoli anteriori al 1400.  Nel 1456 il territorio di San Salvo fu flagellato dai terremoti e maremoti, che causarono ingenti danni e centinaia di morti. Un’ epidemia spaventosa accadde nel 1594. “La campana suonò a morte per mesi interi e i campi rimasti incolti provocarono una forte carestia” riporta il libro “La Città di San Salvo” edito dal parroco don Cirillo Piovesan.  Nel 1656 e 1657 ritornò la peste. Fu portata da due mercanti di Campobasso.  Agli inizi dei 1800 scoppiò il tifo, che fece una strage. Nei primi mesi del 1816 morirono 187 persone tra cui 72 bambini.  Altri 100 nel 1818. L’anno del colera fu il 1837. Scrisse don Cirillo: “Un certo Piero D’angelo di Vasto era riuscito ad evadere il controllo per andare a mietere il grano a Montenero di Bisaccia. Come se non bastasse, i contadini di San Salvo avevano assunto dei mietitori di Montenero. Il morbo si diffuse con rapidità. Oltre 200 furono i morti. Furono fatte processioni con l’urna di San Vitale. Fu portata termine la ricostruzione della chiesa di San Rocco, protettore contro la terribile piaga della peste,”. Nel 1856 arrivò “il male arabo” cioè, il vaiolo, che recise la vita di 120 persone. I cadaveri furono sepolti nel lazzaretto dietro le mura del cimitero. Dopo 10 anni si ripresentò il contagio del colera, con 125 morti. I cadaveri accatastati furono bruciati con calce viva e sotterrati nel lazzaretto “La Libetta” in contrada Croce Grossa (zona 167). Il 1918 fu l’anno della Spagnola fu definita la più grave forma di pandemia della storia dell’umanità, tra 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone nel mondo. In questi giorni siamo flagellati dal coronavirus, contro il quale medici, infermieri ed operatori sanitari si stanno prodigando per renderlo innocuo.

Mar 31, 2020 - Articoli    No Comments

“Io speriamo che me la cavo.”

In questi giorni di tribolazioni e incertezze, di una umanità malgrado le avvisaglie nel tempo sottovalutate sembra che si stia sempre più avvicinando al ciglio del burrone, al punto di non ritorno, a causa di questa pandemia, mi sono tornate in mente le pagine di un libro letto anni fa:” Io speriamo che me la cavo”.

Così scritta:

 “Io preferisco la fine del mondo, perché non ho paura, in quanto che sarò già morto da un secolo. Dio separerà le capre dai pastori, uno a destra e uno a sinistra, a centro quelli che andranno in Purgatorio. Saranno più di mille miliardi, più dei cinesi, fra capre, pastori e mucche. Ma Dio avrà tre porte. Unagrandissima (che è l’Inferno), una media (che è il Purgatorio) e una strettissima (che è il Paradiso). Poi Dio dirà: «Fate silenzio tutti!» e poi li dividirà. A uno quà a un altro là. Qualcuno che vuole fare il furbo vuole mettersi di quà, ma Dio lo vede. Le capre diranno che non hanno fatto niente di male, ma mentiscono. Il mondo scoppierà, le stelle scoppieranno, il cielo scoppierà, Arzano si farà inmille pezzi. Il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. Ci sarà una confusione terribile, Marte scoppierà, le anime andranno e torneranno dalla terra per prendere il corpo, il sindaco di Arzano e l’assessore andranno in mezzo alle capre. I buoni rideranno e i cattivi piangeranno, quelli del purgatorio un po ridono e un po piangono. I bambini del Limbo diventeranno farfalle:

“Io speriamo che me la cavo.”

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