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Apr 15, 2022 - Articoli    No Comments

Il Venerdì Santo…

Tempo fa, entrando a Gradara nella provincia di Pesaro e Urbino nelle Marche, superato il portone d’ingresso ci ritrovammo dentro le mura di cinta e avviandomi insieme a mia figlia verso il castello che fu testimone e teatro della storia d’amore di Paolo e Francesca citati da Dante nella Divina Commedia, abbiamo trovato sulla destra la chiesa trecentesca di San Giovanni, dove al suo interno c’è un magnifico Crocifisso ligneo del 1500, scolpito da Fra Innocenzio da Petralia (Pa).

Osservandola in un primo momento si può pensare che sia una delle tante rappresentazione del Cristo Crocifisso, ma quest’opera ha una bellissima e unica particolarità, racchiude in se tutta la passione del Cristo, guardandola attentamente da lato destro vedi un Cristo sofferente sembra che possa proferire ancora alcune parole, guardandola di fronte vedi un Cristo agonizzante che sta emanando l’ultimo respiro e guardandola dal lato sinistro vedi il Cristo morto.

Feb 20, 2022 - Articoli    No Comments

Il gesto delle fiche.

Il gesto di far le fiche è un gesto della mano che viene effettuato inserendo tra l’indice e il medio il pollice e con le altre dita della stessa chiuse a pugno.
Attualmente il gesto viene tuttavia comunemente utilizzato in moltissime regioni d’Italia, in maniera del tutto innocente, nel gioco infantile spesso di zii e nonni accompagnata dall’esclamazione:” Ti ho preso il nasino”.
A San Salvo l’uso era detto “Fa la fèchere a lu muèdeche” (fa il fico al medico).
Si credeva che facendo questo gesto a cui si dava il nome di fico, lo stesso rappresentasse un gesto scaramantico contro le malattie. Per questo ne venivano fatti dei monili in oro o più comuni in corallo che si appendevano al collo del neonato o bambino come amuleto, così facendo si sarebbe evitato di chiamare il medico.
Oggi caduto in disuso nei suoi significati originali, sia rituale che volgare.
Le origini vengono fatte risalire all’epoca degli Etruschi e dei Romani, dove il gesto aveva inizialmente un significato portafortuna e difesa per esorcizzare gli spiriti dei morti. Il nome di tale gesto deriva dal termine volgare fica, in virtù della simbologia e similitudine che la mano in questa posizione assume con organo genitale femminile. L’uso del gesto era equivalente al mostrare il dito medio nella cultura anglosassone.

Dic 18, 2021 - Articoli    No Comments

Nonno Antonio e le zucchine del Marchese.

Aveva 47 anni a quel tempo mio nonno Antonio ed era una calda mattina dell’estate del 1935, alzatosi di buon mattino comincio a prepararsi perché doveva andare a Vasto e precisamente dal Marchese D’Avalos per pagare l’affitto dei terreni da lui coltivati. Messosi uno dei vestiti buoni partì a piedi per la sua destinazione. La prima tappa la fece a Collepizzuto (contrada di Vasto) dove abitavano i sui cognati Giuseppe La Palombara e Laura Fabrizio sorella di sua moglie Giuseppina. Anche se la distanza sembra poca a quei tempi era molta e per questo ci si vedeva poco, così tra una chiacchiera e l’altra, accompagnate da qualche bicchiere di vino e un po’ di formaggio il tempo passo velocemente. Così quando busso al portone del palazzo D’Avalos si era fatta passato mezzogiorno, mio nonno spiego al maggiordomo che venne ad aprire il motivo della sua visita, il maggiordomo lo fece entrare nell’androne e andò a riferire e poco dopo torno invitandolo a seguirlo.

Il Marchese stava pranzando e chiamandolo per nome gli chiese se aveva mangiato lui rispose che si era portato ‘na štòzze (un pezzo di pane con un po’ di companatico) che avrebbe mangiato più tardi, ma il marchese lo invitò a sedersi e a pranzare con lui. Dopo essersi accomodato il cameriere arrivò con un bel piatto di zucchine, mio nonno penso “Frèchete che furtìune, checàcce a la càse e checàcce a la càse de lu Marcàse” (Caspita che fortuna zucchine a casa e zucchine alla casa del Marchese), ma al primo boccone si rese conto che erano zucchine abbottonate e il ripieno era tutta carne e formaggio e uova e esclamò “Sigòr Marchèse chèšte e checàcce no chèlle che fa màime” (Signor Marchese queste sono zucchine no quelle che prepara mia moglie) e nella stanza risuonò la risata fragorosa del marchese.

Stefano Marchetta

Nov 16, 2021 - Articoli    No Comments

Monumento ai Caduti.

Sin da ragazzino mi sono sempre fermato a guardare i Monumenti ai Caduti in qualunque paese io mi trovassi. I monumenti erano e sono uno diverso dall’altro, dopo aver osservato il monumento nelle sue fattezze, la prima cosa che faccio è leggere i nomi per vedere se ce il mio cognome, poi vado sullo specifico. In alcuni è specificato grado, in alcuni grado e arma di appartenenza, in altre le date di nascita e morte e in altre ci sono anche le foto dei vari caduti o varie combinazioni di queste.

I Monumenti al Milite Ignoto sono nati dopo la grande guerra, fino ad allora i monumenti erano dedicati solo ai condottieri, per i caduti c’erano cimiteri di guerra, poi agli stessi è stato fatto un restyle dopo la seconda guerra mondiale e furono chiamati Monumento ai Caduti. Tutti quelli che io visto hanno una caratteristica che li accomuna ogni monumento ha due liste distinte in una i soldati della prima e nell’altra i caduti della seconda guerra mondiale. Solo il monumento di San Salvo forse è l’unico in Italia dove i nomi dei sodati sono tutti mischiati e in occasione del Centenario del Milite Ignoto non era visibile abbinare i nomi dei soldati che avevano vissuta quella tragica e triste pagina di storia del genere umano dove la cattiveria dell’uomo ha toccato uno degli stadi più bassi, all’evento stesso.

Nov 5, 2021 - Articoli    No Comments

1ª Guerra Mondiale, mio nonno.

Il soldato nella foto è Giuseppe Ciavatta classe 1895, mio nonno, il padre di mia madre.

Nato il 27 gennaio 1895 a San Salvo, di cinque fratelli erano rimasti lui e la sorella Anastasia.

Chiamato alle armi il 19 gennaio 1915, inquadrato nel 113° Reggimento Fanteria con l’incarico di mitragliere.

Mandato al fronte in prima linea il 23 maggio 1915 come aiutante di guerra, datosi che sapeva leggere e scrivere.

Partecipo alla decima battaglia dell’Isonzo che fu combattuta tra il 12 maggio e il 5 giugno 1917 nel corso della prima guerra mondiale tra le truppe italiane e quelle austro-ungariche.

Precisamente in quella cruenta, chiamata “Quota 208 sul Carso” combattuta il 23 maggio 1917, dove il 24 maggio fu dichiarato disperso, ma in realtà fu fatto prigioniero dagli Austriaci e detenuto in uno dei tanti campi di prigionia, fu liberato il 12 novembre 1918, provato e mal nutrito ma temprato nello spirito.

Fu congedato il 30 ottobre 1919, la cosa che più mi ha colpito che sulla scheda matricolare dell’esercito il servizio militare finiva il giorno 23 maggio con la dicitura “Campo di guerra 1915-16-17”, il 1918 non esiste.

La prigionia sofferta da tutti i prigionieri nei campi non contava niente, furono considerati morti.

Quando torno a casa ritrovò solo i genitori, l’amata sorella Anastasia morta a 18 anni, insieme ad altre 51 anime quando passò l’epidemia di spagnola nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 1918 a San Salvo.

Fu richiamato alle armi nella 2° Guerra Mondiale il 23 giugno 1940 come mitragliere di contraerea insieme al suo primo genito Rocco che fu mandato a combattere in Jugoslavia.

Morì il 25 febbraio 1961.

Parlò e racconto poco di quella sua tragica esperienza e personalmente dopo aver consultato tanti documenti, foto e filmati della 1° Guerra Mondiale dove si vedono tutti gli orrori di cui l’uomo è capace, ho capito il perché.

Set 5, 2021 - Articoli    No Comments

Marketing strategico.

Sono pienamente d’accordo nel dire che ci sono canzoni Rapper, programmi TV, Facebook, Instagram, Tik Tok, strapieni di insulti e volgarità, a volte anche molto pesanti e ci preoccupiamo di “Porca Puttena” di Lino Bambi.

L’unica cosa che mi viene da pensare che il tutto è stata solo una pianificazione di un Marketing strategico ben congegnato e strutturato.

Dico questo perché Lorenzo Insigne e Ciro Immobile non hanno fatto una spontanea goliardata o burla giovanile, ma nelle loro interviste hanno dichiarato che lo stesso Lino Bambi ha chiesto loro di esultare con “Porca Puttena”, non è stata una dedica spontanea. Poi l’andamento positivo degli Europei ha contribuito alla riuscita della pubblicità.

Poi, come ha fatto dire Oscar Wilde al suo Dorian Gray: “Non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.”

Stefano Marchetta

Mag 12, 2021 - Articoli    No Comments

San Salvo 1810, erano Briganti o Patrioti?

La storia cittadina mi ha sempre affascinato, fin dai primi racconti di mio padre Vito, questa piccola ricerca è partita da un vecchio documento trovato che si incastrava con una naturale perfezione in quei racconti paterni, dando vita a questa inedita ricerca.

Oltre a vera forma di banditismo, il fenomeno del brigantaggio ha spesso assunto connotati di vera e propria rivolta popolare, dai tempi dei romani erano chiamati BRIGANTI tutti quelli che si ribellavano all’autorità preposta, sin dalla sua origine la causa di fondo del brigantaggio era la miseria.

Nell’Abruzzo tra la fine del ‘700 e inizio ‘800, il popolo era confuso prima c’erano i Borboni, poi ci fu una breve repubblica e poi arrivarono i francesi.

Durante il decennio francese 1805/15, quando le truppe francesi occuparono il Regno di Napoli borbonico, vennero attuate dure repressioni contro i così detti briganti, ogni comportamento ostile e pensiero avverso era considerato cospirazione.

Anche San Salvo non venne risparmiata da tutto questo, il 18 agosto 1809 fu inviata un Real Decreto dove erano elencati un numero di sconsigliati che non meritavano più essere tollerati nella società.

Quelli di San Salvo erano:

Pietrangelo Artese, Innocenzo Intravato, Domenico d’Alfonso, i fratelli Vitale e Giovanni Torricella, Coralbo Bronzi, Bartolomeo Cilli, Luigi Marcozzi, Saverio Cioppi, Falco Melodini (di soli 13 anni, avo di mio suocero), Nazario Cupaioli, Berardino Dolce, Michele Sorge, Anastasio Panza, Francesco Marcozzi, Girolamo Spenza e Pietrantonio di Pietro.

Poi nel 1810 all’inizio dell’anno nuovo gli eventi precipitarono in un modo tragico e funereo.

Mentre le prime ombre della sera scendevano su San Salvo, il primo a cadere di quella lista in un’imboscata alle ore 16 nel pomeriggio del 3 gennaio 1810, fu Coralbo Bronzi di soli 23 anni, sul certificato di morte hanno scritto di professione brigante.

Il 5 aprile 1810, il Regio Procuratore presso la Corte Civ-Militare di Chieti inviò una lettera al sindaco di San Salvo Cassiodoro Sangiorgio registrato dal cancelliere Vitale Napolitano, dove lo informava che Girolamo Spenza moriva improvvisamente sulla salita di Pettorano sul Gizio, mentre Berardino Dolce che era con lui cercò la fuga ribellatosi ai gendarmi, fu fucilato sul piano della Maddalena territorio di Popoli, i due li stavano portando a Napoli.

Il 29 aprile 1810, furono arrestati: Patrizio Candatore di anni 20, Vitale Torricella di anni 27, Pietrangelo Artese di anni 28 e Wenceslao Monacelli di 26 anni, i quattro furono impiccati per decreto militare sulla pubblica piazza come monito alla popolazione.

Il 7 maggio fu la volta di un altro gruppo, Domenico d’Alfonso di 26 anni, Giovanni Torricella di 22 anni (fratello di Vitale), Nicola Magnacca di anni 29 e Michele Gualdini di 28 anni originario di Monteodorisio anche loro furono impiccati, mentre lo stesso giorno Anastasio Panza di 20 anni e Pietrantonio di Pietro di 22 anni furono fucilati (raffigurati nel disegno).

Considerando che c’era un regime militare e non c’erano processi, laddove i militari erano giudici e giuria, la condanna era sempre la pena capitale da eseguire sul posto.

Personalmente ho dei dubbi, penso che data la giovane età dei condannati, ho la netta sensazione che erano giovani incauti che esprimevano le loro opinioni a voce alta, guidati da un vento ideologico portato all’inizio secolo dalla rivoluzione francese o quello semplicemente di non accettare di essere occupati e comandati dallo straniero, più che semplici malviventi dediti al furto e l’uccisione.

Peccato che non vi sono documenti a smentire o a conferma del mio pensiero. Poi come è possibile che si siano fatti catturare tutti insieme, nessuna banda di briganti è stata mai sconfitta senza conflitti a fuoco con i gendarmi, poche volte sono stati fatti dei prigionieri, era sempre una strage.

Sembra più un rastrellamento notturno, una ricerca sistematica, organizzata e predisposta per la cattura di questi nostri concittadini fatta di casa in casa. 

Forse erano PATRIOTI?

Nel primo dispaccio non si parla di banda di briganti dove vengono riportati e attribuiti episodi di sangue e saccheggi, ma di cittadini da tenere sotto controllo, 6 di loro erano sposati con famiglia.

Come il caso di Wenceslao Monacelli (fratello di un mio avo), sposato da poco con Maria Cavallaro con un figlio Pietro di 2 anni e Geltruda nata il 19 agosto del 1809 o di Coralbo Bronzi già menzionato, benestante figlio del dottore e chirurgo Vincenzo originario di San Severo (Fg) e di Angelina Manes, non credo che vivessero alla macchia come comuni banditi.

Scriveva don Cirillo Piovesan che la mamma dei Torricella, Dea Marcozzi morì il 21-12-1812 a 60 anni nel suo letto di crepacuore, penso che questo succede quando tutto è inaspettato e improvviso, se sai di avere figli briganti ti rassegni, sei pronta a tutto e sai già come sarà l’epilogo della storia.

Sicuramente il clima di sopravvivenza e terrore che si respirava e la poca scolarizzazione di massa, nessuno si è interessato e dare importanza agli eventi o a scrivere la vera storia dell’accaduto, poi il tempo ha fatto il resto seppellendo tutto sotto la parola “BRIGANTAGGIO”.

Il brigantaggio di quegli anni si attenuò con il ritorno dei Borboni a Napoli nel giugno 1815.

Sicuramente questi nostri concittadini erano differenti e da non confondere con quei briganti nati dopo l’unità monarchica del 1861, ma questa è un’altra storia.

Stefano Marchetta

Apr 11, 2021 - Articoli    No Comments

Vitale Torricella e Bersabea Marchetta.

Su quella denominata una volta “Strada del Giardino” c’era la casa di Vitale Torricella e Bersabea Marchetta.

Nel sentire il nome della via, ci viene da pensare in automatico che sia via Roma, ma non è sicuro perché finora non sono state trovate mappe nell’archivio comunale che ce lo dimostrino, come mi ha confermato il mio amico e Storico Prof. Giovanni Artese.

Tra l’altro, quello che noi chiamiamo “Giardinetto” è stato creato in occasione della posa del Monumento ai Caduti come recita il documento del 4 novembre 1932 e in tale occasione quell’area fu anche chiamata “Parco della Rimembranza”.

Come diceva il sommo poeta:” La puntura de la rimembranza “.

Vitale Torricella nasce a San Salvo il 06-08-1803 primo di 4 fratelli, nel 1814 muore il padre Domenico e lui capì subito come figlio maggiore che doveva guidare la famiglia e proteggere i sui 3 fratellini di cui l’ultimo nato 48 giorni dopo la dipartita del loro genitore.

Scelse la sua futura moglie con largo anticipo, così dopo pochi mesi aver raggiunto la maggiore età sposa il 29-12-1821 la sua coetanea Bersabea Marchetta figlia di Carmine e Cristina Cilli, la giovane coppia ebbe 6 figli. Poi nel corso degli anni si sposarono i fratelli, Giovanni prese in moglie Nobile Di Gregorio, Nicola sposò Chiara Cilli e Michele sposò Giuseppa Fabrizio e tutti ebbero figli, tutto sembra il normale corso della vita di tante famiglie, qualunque persona sarebbe portato a pensare e dire.

La cosa che mi ha sempre colpito e fatto riflettere di questo racconto che non si parla di una classica famiglia patriarcale dove esisteva la figura del PARE-PADRONE ma di fratelli con uguali diritti.

Vitale doveva essere sicuramente un uomo carismatico e caritatevole e che sia lui che la moglie dovevano essere brave persone e avevano preso a cuore la sorte dei loro famigliari e li avevano portati “Angèle angèle” a un traguardo sicuro, tanto è vero che i fratelli si erano totalmente affidati a questo padre putativo, senza nessun vincolo.

Loro si erano così affidati insieme alle loro famiglie, che un documento del 1846 sottoscrive che in quella casa vivevano 23 persone compresa la madre Fiora Napolitano di 69 anni, nessuno era andato via, una piccola comunità, all’interno della comunità Sansalvese.

Stefano Marchetta

Mar 30, 2021 - Articoli    No Comments

1816 l’anno senza estate, a San Salvo.

Nel 1816 San Salvo contava circa 1150 residenti, dove i vostri avi non avevano la nostra stessa facilità ad accedere alle informazioni, non solo a causa dell’analfabetismo ma anche perché le notizie viaggiavano lente o non arrivavano.

Allora come poter capire che le loro vite erano influenzate da qualcosa successo a 11.706 km in linea d’aria dalle loro case, sicuramente la loro speranza erano riposte nelle preghiere, processioni e altro.

Nel 1815 il vulcano Tambora, in Indonesia, diede luogo ad una delle più grandi eruzioni mai registrate, con l’immissione nell’atmosfera di un’enorme quantità di polveri.

Queste si diffusero per tutto il globo e si comportarono come un filtro nei confronti dei raggi solari, provocando una sorta di piccola era glaciale che si protrasse negli anni successivi.

Il pulviscolo formatosi nell’atmosfera produsse un lungo e considerevole oscuramento del cielo attenuando il passaggio dei raggi del sole che provocò condizioni climatiche anomale per molti mesi, caratterizzate da gelate e nevicate estive che segnarono il 1816 come “L’anno senza estate”.

Di conseguenza si verificò la perdita dei raccolti estivi ed autunnali che determinò una gravissima insufficienza alimentare che colpì moltissime popolazioni provocando carestie e disordini sociali.

 Il clima contribuii poi a scatenare l’epidemia di tifo petecchiale che ha imperversato tra il 1816 e il 1817 in varie parti d’Italia a causa delle scarse condizioni igieniche, per il freddo le persone si lavavano di meno e se ne stavano tutti insieme al chiuso.

Anche San Salvo non fu risparmiata, dove la mortalità media annuale era meno di 50 anime, nel 1816 ci furono 109 decessi e nel 1817 i decessi furono 136, queste 245 erano 141 maschi e 114 donne.

Stefano Marchetta

Mar 17, 2021 - Articoli    No Comments

Concordia Marchetta, una sposa sfortunata.

Questa è la storia di Concordia, Maria Marchetta una mia pro pro-zia, nata a San Salvo il 13-01-1798 e del suo infausto e triste destino.
Concordia seconda genita di Rosario e Cilli Rossana, aveva da pochi giorni compiuti gli 8 anni quando suo padre morì a soli 35 anni, mentre i fratelli avevano rispettivamente Nicola 10 anni e Domenico 4 anni.

Come prima cosa dobbiamo provare ad immergerci nel periodo storico, di quel tempo patriarcale, dove la donna era quasi zero senza un marito, in un paese che in quegli anni contava circa 1150 abitanti.

Così non avendo più un capo famiglia, appena raggiunse un’età da marito a soli 16 anni per alleggerire la famiglia, fu data in sposa il 30-04-1814 a Savino Tommaso di anni 19 di San Salvo figlio di Diego e Torricella Rosa.

Tommaso aveva scelto la vita militare, era un soldato delle truppe Napoletane, nella Divisione di Ancona, 2° Reggimento leggero, 3° Battaglione, 1° Compagnia.

Il matrimonio durò meno di un anno, il 29 marzo Tommaso fu ricoverato nell’ospedale militare di Ancona a causa di una forte febbre morì il 15-04-1815 a soli 20 anni.

Così Concordia rimasta sola e vedova a soli 17 anni, si unì in matrimonio il 21-12-1815 con Cilli Biase di anni 19 di San Salvo figlio di Basso e Monacelli Elena, la giovane coppia ebbe 8 figli.

La fiduciosa e felice sposa non immaginava che la sorte avversa le aveva riservata altre sofferenze, iniziò con la perdita in età prematura dei primi 4 figlioletti, poi vide morire prima il fratello Domenico aveva 18 anni poi Nicola di anni 32 e come non bastasse, il giorno 11-02-1831 a soli 36 anni muore anche il marito Biase.

Rimasta ancora una volta, sola e distrutta dalle avversità della vita senza una figura maschile di riferimento, passò un periodo di 5 anni tra lo sconforto e la solitudine con il solo sostegno dei 4 figli di cui il più grande aveva solo 8 anni, le donavano la forza di andare avanti e di continuare a lavorare nei campi.

Essendo ancora giovane ci riprova e si risposa il 20-06-1836 con Lancia Andrea, Luigi, originario di Guilmi più giovane di lei di 7 anni, la coppia ebbe 3 figlie, ma la sorte avversa non aveva finito prima perse due figli e poi il padre delle bimbe morì a 39 anni il giorno 11-03-1845.

La tristezza che accompagna questa storia e che Concordia ha vissuto una vita con il nero del lutto continuo nel cuore non solo negli abiti, avendo visto morire i genitori, i fratelli, i mariti, i figli e alcuni nipoti in tenera età, solo le figlie Elena e Rossana che portava il nome di sua madre le sopravvissero e la piansero insieme ai mariti e ai figli, quando morì il 03-11-1866 a 68 anni.

Stefano Marchetta

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