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Mag 12, 2021 - Articoli    No Comments

San Salvo 1810, erano Briganti o Patrioti?

La storia cittadina mi ha sempre affascinato, fin dai primi racconti di mio padre Vito, questa piccola ricerca è partita da un vecchio documento trovato che si incastrava con una naturale perfezione in quei racconti paterni, dando vita a questa inedita ricerca.

Oltre a vera forma di banditismo, il fenomeno del brigantaggio ha spesso assunto connotati di vera e propria rivolta popolare, dai tempi dei romani erano chiamati BRIGANTI tutti quelli che si ribellavano all’autorità preposta, sin dalla sua origine la causa di fondo del brigantaggio era la miseria.

Nell’Abruzzo tra la fine del ‘700 e inizio ‘800, il popolo era confuso prima c’erano i Borboni, poi ci fu una breve repubblica e poi arrivarono i francesi.

Durante il decennio francese 1805/15, quando le truppe francesi occuparono il Regno di Napoli borbonico, vennero attuate dure repressioni contro i così detti briganti, ogni comportamento ostile e pensiero avverso era considerato cospirazione.

Anche San Salvo non venne risparmiata da tutto questo, il 18 agosto 1809 fu inviata un Real Decreto dove erano elencati un numero di sconsigliati che non meritavano più essere tollerati nella società.

Quelli di San Salvo erano:

Pietrangelo Artese, Innocenzo Intravato, Domenico d’Alfonso, i fratelli Vitale e Giovanni Torricella, Coralbo Bronzi, Bartolomeo Cilli, Luigi Marcozzi, Saverio Cioppi, Falco Melodini (di soli 13 anni, avo di mio suocero), Nazario Cupaioli, Berardino Dolce, Michele Sorge, Anastasio Panza, Francesco Marcozzi, Girolamo Spenza e Pietrantonio di Pietro.

Poi nel 1810 all’inizio dell’anno nuovo gli eventi precipitarono in un modo tragico e funereo.

Mentre le prime ombre della sera scendevano su San Salvo, il primo a cadere di quella lista in un’imboscata alle ore 16 nel pomeriggio del 3 gennaio 1810, fu Coralbo Bronzi di soli 23 anni, sul certificato di morte hanno scritto di professione brigante.

Il 5 aprile 1810, il Regio Procuratore presso la Corte Civ-Militare di Chieti inviò una lettera al sindaco di San Salvo Cassiodoro Sangiorgio registrato dal cancelliere Vitale Napolitano, dove lo informava che Girolamo Spenza moriva improvvisamente sulla salita di Pettorano sul Gizio, mentre Berardino Dolce che era con lui cercò la fuga ribellatosi ai gendarmi, fu fucilato sul piano della Maddalena territorio di Popoli, i due li stavano portando a Napoli.

Il 29 aprile 1810, furono arrestati: Patrizio Candatore di anni 20, Vitale Torricella di anni 27, Pietrangelo Artese di anni 28 e Wenceslao Monacelli di 26 anni, i quattro furono impiccati per decreto militare sulla pubblica piazza come monito alla popolazione.

Il 7 maggio fu la volta di un altro gruppo, Domenico d’Alfonso di 26 anni, Giovanni Torricella di 22 anni (fratello di Vitale), Nicola Magnacca di anni 29 e Michele Gualdini di 28 anni originario di Monteodorisio anche loro furono impiccati, mentre lo stesso giorno Anastasio Panza di 20 anni e Pietrantonio di Pietro di 22 anni furono fucilati (raffigurati nel disegno).

Considerando che c’era un regime militare e non c’erano processi, laddove i militari erano giudici e giuria, la condanna era sempre la pena capitale da eseguire sul posto.

Personalmente ho dei dubbi, penso che data la giovane età dei condannati, ho la netta sensazione che erano giovani incauti che esprimevano le loro opinioni a voce alta, guidati da un vento ideologico portato all’inizio secolo dalla rivoluzione francese o quello semplicemente di non accettare di essere occupati e comandati dallo straniero, più che semplici malviventi dediti al furto e l’uccisione.

Peccato che non vi sono documenti a smentire o a conferma del mio pensiero. Poi come è possibile che si siano fatti catturare tutti insieme, nessuna banda di briganti è stata mai sconfitta senza conflitti a fuoco con i gendarmi, poche volte sono stati fatti dei prigionieri, era sempre una strage.

Sembra più un rastrellamento notturno, una ricerca sistematica, organizzata e predisposta per la cattura di questi nostri concittadini fatta di casa in casa. 

Forse erano PATRIOTI?

Nel primo dispaccio non si parla di banda di briganti dove vengono riportati e attribuiti episodi di sangue e saccheggi, ma di cittadini da tenere sotto controllo, 6 di loro erano sposati con famiglia.

Come il caso di Wenceslao Monacelli (fratello di un mio avo), sposato da poco con Maria Cavallaro con un figlio Pietro di 2 anni e Geltruda nata il 19 agosto del 1809 o di Coralbo Bronzi già menzionato, benestante figlio del dottore e chirurgo Vincenzo originario di San Severo (Fg) e di Angelina Manes, non credo che vivessero alla macchia come comuni banditi.

Scriveva don Cirillo Piovesan che la mamma dei Torricella, Dea Marcozzi morì il 21-12-1812 a 60 anni nel suo letto di crepacuore, penso che questo succede quando tutto è inaspettato e improvviso, se sai di avere figli briganti ti rassegni, sei pronta a tutto e sai già come sarà l’epilogo della storia.

Sicuramente il clima di sopravvivenza e terrore che si respirava e la poca scolarizzazione di massa, nessuno si è interessato e dare importanza agli eventi o a scrivere la vera storia dell’accaduto, poi il tempo ha fatto il resto seppellendo tutto sotto la parola “BRIGANTAGGIO”.

Il brigantaggio di quegli anni si attenuò con il ritorno dei Borboni a Napoli nel giugno 1815.

Sicuramente questi nostri concittadini erano differenti e da non confondere con quei briganti nati dopo l’unità monarchica del 1861, ma questa è un’altra storia.

Stefano Marchetta

Apr 11, 2021 - Articoli    No Comments

Vitale Torricella e Bersabea Marchetta.

Su quella denominata una volta “Strada del Giardino” c’era la casa di Vitale Torricella e Bersabea Marchetta.

Nel sentire il nome della via, ci viene da pensare in automatico che sia via Roma, ma non è sicuro perché finora non sono state trovate mappe nell’archivio comunale che ce lo dimostrino, come mi ha confermato il mio amico e Storico Prof. Giovanni Artese.

Tra l’altro, quello che noi chiamiamo “Giardinetto” è stato creato in occasione della posa del Monumento ai Caduti come recita il documento del 4 novembre 1932 e in tale occasione quell’area fu anche chiamata “Parco della Rimembranza”.

Come diceva il sommo poeta:” La puntura de la rimembranza “.

Vitale Torricella nasce a San Salvo il 06-08-1803 primo di 4 fratelli, nel 1814 muore il padre Domenico e lui capì subito come figlio maggiore che doveva guidare la famiglia e proteggere i sui 3 fratellini di cui l’ultimo nato 48 giorni dopo la dipartita del loro genitore.

Scelse la sua futura moglie con largo anticipo, così dopo pochi mesi aver raggiunto la maggiore età sposa il 29-12-1821 la sua coetanea Bersabea Marchetta figlia di Carmine e Cristina Cilli, la giovane coppia ebbe 6 figli. Poi nel corso degli anni si sposarono i fratelli, Giovanni prese in moglie Nobile Di Gregorio, Nicola sposò Chiara Cilli e Michele sposò Giuseppa Fabrizio e tutti ebbero figli, tutto sembra il normale corso della vita di tante famiglie, qualunque persona sarebbe portato a pensare e dire.

La cosa che mi ha sempre colpito e fatto riflettere di questo racconto che non si parla di una classica famiglia patriarcale dove esisteva la figura del PARE-PADRONE ma di fratelli con uguali diritti.

Vitale doveva essere sicuramente un uomo carismatico e caritatevole e che sia lui che la moglie dovevano essere brave persone e avevano preso a cuore la sorte dei loro famigliari e li avevano portati “Angèle angèle” a un traguardo sicuro, tanto è vero che i fratelli si erano totalmente affidati a questo padre putativo, senza nessun vincolo.

Loro si erano così affidati insieme alle loro famiglie, che un documento del 1846 sottoscrive che in quella casa vivevano 23 persone compresa la madre Fiora Napolitano di 69 anni, nessuno era andato via, una piccola comunità, all’interno della comunità Sansalvese.

Stefano Marchetta

Mar 30, 2021 - Articoli    No Comments

1816 l’anno senza estate, a San Salvo.

Nel 1816 San Salvo contava circa 1150 residenti, dove i vostri avi non avevano la nostra stessa facilità ad accedere alle informazioni, non solo a causa dell’analfabetismo ma anche perché le notizie viaggiavano lente o non arrivavano.

Allora come poter capire che le loro vite erano influenzate da qualcosa successo a 11.706 km in linea d’aria dalle loro case, sicuramente la loro speranza erano riposte nelle preghiere, processioni e altro.

Nel 1815 il vulcano Tambora, in Indonesia, diede luogo ad una delle più grandi eruzioni mai registrate, con l’immissione nell’atmosfera di un’enorme quantità di polveri.

Queste si diffusero per tutto il globo e si comportarono come un filtro nei confronti dei raggi solari, provocando una sorta di piccola era glaciale che si protrasse negli anni successivi.

Il pulviscolo formatosi nell’atmosfera produsse un lungo e considerevole oscuramento del cielo attenuando il passaggio dei raggi del sole che provocò condizioni climatiche anomale per molti mesi, caratterizzate da gelate e nevicate estive che segnarono il 1816 come “L’anno senza estate”.

Di conseguenza si verificò la perdita dei raccolti estivi ed autunnali che determinò una gravissima insufficienza alimentare che colpì moltissime popolazioni provocando carestie e disordini sociali.

 Il clima contribuii poi a scatenare l’epidemia di tifo petecchiale che ha imperversato tra il 1816 e il 1817 in varie parti d’Italia a causa delle scarse condizioni igieniche, per il freddo le persone si lavavano di meno e se ne stavano tutti insieme al chiuso.

Anche San Salvo non fu risparmiata, dove la mortalità media annuale era meno di 50 anime, nel 1816 ci furono 109 decessi e nel 1817 i decessi furono 136, queste 245 erano 141 maschi e 114 donne.

Stefano Marchetta

Mar 17, 2021 - Articoli    No Comments

Concordia Marchetta, una sposa sfortunata.

Questa è la storia di Concordia, Maria Marchetta una mia pro pro-zia, nata a San Salvo il 13-01-1798 e del suo infausto e triste destino.
Concordia seconda genita di Rosario e Cilli Rossana, aveva da pochi giorni compiuti gli 8 anni quando suo padre morì a soli 35 anni, mentre i fratelli avevano rispettivamente Nicola 10 anni e Domenico 4 anni.

Come prima cosa dobbiamo provare ad immergerci nel periodo storico, di quel tempo patriarcale, dove la donna era quasi zero senza un marito, in un paese che in quegli anni contava circa 1150 abitanti.

Così non avendo più un capo famiglia, appena raggiunse un’età da marito a soli 16 anni per alleggerire la famiglia, fu data in sposa il 30-04-1814 a Savino Tommaso di anni 19 di San Salvo figlio di Diego e Torricella Rosa.

Tommaso aveva scelto la vita militare, era un soldato delle truppe Napoletane, nella Divisione di Ancona, 2° Reggimento leggero, 3° Battaglione, 1° Compagnia.

Il matrimonio durò meno di un anno, il 29 marzo Tommaso fu ricoverato nell’ospedale militare di Ancona a causa di una forte febbre morì il 15-04-1815 a soli 20 anni.

Così Concordia rimasta sola e vedova a soli 17 anni, si unì in matrimonio il 21-12-1815 con Cilli Biase di anni 19 di San Salvo figlio di Basso e Monacelli Elena, la giovane coppia ebbe 8 figli.

La fiduciosa e felice sposa non immaginava che la sorte avversa le aveva riservata altre sofferenze, iniziò con la perdita in età prematura dei primi 4 figlioletti, poi vide morire prima il fratello Domenico aveva 18 anni poi Nicola di anni 32 e come non bastasse, il giorno 11-02-1831 a soli 36 anni muore anche il marito Biase.

Rimasta ancora una volta, sola e distrutta dalle avversità della vita senza una figura maschile di riferimento, passò un periodo di 5 anni tra lo sconforto e la solitudine con il solo sostegno dei 4 figli di cui il più grande aveva solo 8 anni, le donavano la forza di andare avanti e di continuare a lavorare nei campi.

Essendo ancora giovane ci riprova e si risposa il 20-06-1836 con Lancia Andrea, Luigi, originario di Guilmi più giovane di lei di 7 anni, la coppia ebbe 3 figlie, ma la sorte avversa non aveva finito prima perse due figli e poi il padre delle bimbe morì a 39 anni il giorno 11-03-1845.

La tristezza che accompagna questa storia e che Concordia ha vissuto una vita con il nero del lutto continuo nel cuore non solo negli abiti, avendo visto morire i genitori, i fratelli, i mariti, i figli e alcuni nipoti in tenera età, solo le figlie Elena e Rossana che portava il nome di sua madre le sopravvissero e la piansero insieme ai mariti e ai figli, quando morì il 03-11-1866 a 68 anni.

Stefano Marchetta

Mar 4, 2021 - Articoli    No Comments

Correva l’anno 1854.

Correva l’anno 1854, precisamente il 15 luglio, quando Luciani Angela, Maria nata a Montenero di Bisaccia il 21-10-1834 da Giuseppe e Benedetto Aurora, si unisce in matrimonio con Vicoli Giuseppe nato a San Salvo il 06-12-1832 proprietario terriero (detto Còccia Lònghe) figlio di Carmine e Zuccorononno Rosa, Sabia, Maria.

L’unione si rivelò subito positiva perché Angela aveva non solo un carattere forte e impetuoso ma anche una forza fisica fuori dal comune che la metteva in competizione da sempre con gli uomini, questo s’incastrava a meraviglia con il carattere mite e mansueto di Giuseppe per la gestione della proprietà.

La coppia avevano terreni e contadini da gestire, mandrie di maiali che i guardiani portavano al pascolo nei boschi di querce di cui era pieno il territorio e risalendo il fiume arrivavano fino a Canneto.

La loro unione fu benedetta da 11 figli: 4 maschi e 7 femmine.

Angela era ammirata ma anche temuta e rispettata, poiché intorno a lei si era creato un alone di mistero, questo perché lei ogni volta che sentiva la necessità e il bisogno di andare dai sui genitori a Montenero o doveva tornare a casa dai suoi cari a San Salvo, partiva a piedi o a cavallo incurante dall’ora del giorno o della notte.

Dovendo oltrepassare il bosco ricoperta da una fitta e scura vegetazione tranne nei punti attraversati dai sentieri battuti, per alcuni era un’incosciente, per altri era una donna coraggiosa ma per i più era sicuramente una brigantessa o persino uno dei capi briganti della zona, per questo poteva muoversi con tranquillità e in tutta libertà.

Considerando che siamo nel periodo successivo all’unità d’Italia, precisamente tra il 1860 e il 1870, nel decennio dove il fenomeno dei briganti d’Abruzzo ha conosciuto probabilmente il suo maggior sviluppo, questo ne aumentò la credenza.

Tutto sommato non successe niente ad onor di cronaca che potesse avallare o invalidare queste convinzione popolari.

Stefano Marchetta

Feb 7, 2021 - Articoli    No Comments

”Lu mòrte, n’è mòrte”!

In San Salvo c’era la famiglia di Valerio Torricella, loro lavoravano come carrettieri trasportando merci varie, carbone, legna, materiali da costruzione, prodotti della campagna, a volte trasportava anche persone e avevano anche carrozze per i funerali. Nell’ inverno del 1950 Vitale Torricella il figlio maggiore di Valerio insieme al piccolo Vitale Melodini (mio suocero) erano andati a Lentella un paese vicino per un funerale. Lungo la via del ritorno mentre il pomeriggio cominciava a chiamare la sera, il freddo era pungente e l’umidità entrava nelle ossa, Vitale disse al piccolo: ”Nne sèrve ca štàme tutte e dìvvue aècche a pijjé lu fràdde, mettète dàndre a lu cuàrre accusciuè štì càlle” (Non serve che stiamo entrambi a cassetta a prendere freddo, mettiti dentro il carro cosi stai caldo). Il piccolo Vitale così fece e si sdraio, complice il calduccio che si era formato al suo interno grazie alla bella imbottitura di velluto rosso, favorito dal dondolio della carrozza, Morfeo lo avvolse in un profondo sonno. Al rientro al paese qualcuno notò che all’interno della carrozza c’era una salma senza bara, poiché loro facevano anche un lavoro di recupero di persone che avevano avuto incidenti mortali, quello che adesso chiamiamo “Coroner”, alcuni paesani pensarono a una disgrazia. Man mano che il carro procedeva verso casa la folla aumentava e con lei la curiosità, nonostante le domande che gli lanciavano:”Vetà che succèsse, chì è quèsse”? (Vitale cosa è successo, che è quello) Vitale rimaneva in silenzio conscio dell’equivoco non rispondeva ma rallentava l’andatura del cavallo e allungando il percorso verso casa. Quando la carrozza arrivò davanti casa in corso Garibaldi la quantità di persone che li seguiva desiderose di conoscere i dettagli era cresciuta uomini, ragazzi, donne e vecchi nascosti nelle loro cappe.

Solo in quel momento il carrettiere emise il classico verso per fermare i cavalli “Iiiiòoo”, in quel momento, il piccolo Vitale usci dal suo torpore e strofinandosi gli occhi ancora pieni di sonno si mise a sedere non capendo perché tutti lo guardavano sbigottiti, poi si sentirono solo urla di terrore e rumori di passi che correvano via, mentre qualcuno gridava a squarciagola:” Lu mòrte, n’è mòrte, lu mòrte, n’è mòrte” (Il morto, non è morto).

Mentre nella piazzetta riecheggiava il fragore della risata di Vitale seduto ancora in cassetta.

Stefano Marchetta

Gen 23, 2021 - Articoli    No Comments

La Marchesa Caterina Gerini a San Salvo.

Generalmente quando si parla di terreni agricoli a San Salvo, ho notato che per la maggiore ci si riferisce con toni accesi a quando il Marchese D’Avalos vendette i terreni sottobanco e a quando il nuovo proprietario, con la complicità di alcune persone preposte a tutelare i contadini, ci cacciò dai terreni che le nostre famiglie lavoravano già da diverse generazioni.

Sinceramente difficilmente sento parlare della Marchesa Caterina Gerini (09-06-1912/ 16.11.2012), eppure ha fatto del bene a tante famiglie. Forse perché non abitava in zona in un palazzo signorile a testimoniare la sua presenza o forse perché non ci fu speculazione ai danni dei contadini da richiedere scioperi e manifestazioni da darne una certa risonanza, quando vendette a un prezzo onesto i sui terreni ai suoi affittuari facendoli diventare finalmente proprietari del proprio lavoro e del sudore lasciato di vari antenati che lo avevano arato nel tempo. Trattativa di vendita che si concluse davanti al notaio Vittorio Colangelo negli anni ’80.

La Marchesa quando veniva da Roma per curare i propri interessi, dovendosi trattenere per periodi più o meno lunghi, veniva ospitata dal Marchese D’Avalos nella Casina (ora ristorante Vecchio Casale) in contrata Bufalara.

Nelle vicinanze della Casina c’era la masseria del mio bisnonno Fabrizio Carmine, dove viveva sua moglie Marchetta Aurelia vedova, con i suoi 11 figli. Tutte volte che veniva a San Salvo, la Marchesa si recava a trovare la mia bisnonna di cui aveva una forte stima e ammirazione per la sua forza nell’andare avanti senza un marito (stiamo parlando inizi ‘900).

Lei amava fermarsi a volte a pranzo, dicendo che così si sentiva meno sola, era come se fosse a casa nel sentire tutto quel vociare di ragazzi che riempivano tutta la cucina, perché avendo 13 figli era meno nostalgica in quei momenti lontana dal suo focolare domestico, con tanti adolescenti intorno a lei.

Ho sempre desiderato dare un volto a questa signora di cui sentivo parlare da quando ero piccolo e tempo fa uno dei figli della marchesa mi ha accontentato inviandomi delle foto.

Aurelia Marchetta la mia bisnonna
la marchesa
Gen 1, 2021 - Articoli    No Comments

Buon 2022.

Buon 2022.

Perché dico questo qualcuno può pensare.

Quando nasce un bambino noi cominciamo a contare inizialmente le ore, poi i giorni e i mesi di vita fino al fatidico compleanno dove finalmente possiamo scrivere il numero primo 1. Tendenzialmente continuiamo per un altro anno ad esprimerci in mesi dicendo il bimbo sta vivendo il suo 13/14/15 mese di vita fino al giorno del compleanno aggiorniamo con il numero 2. Poi per 11 mesi l’età rimane fissa per aumentare il giorno del compleanno. Così ieri 31 Dicembre noi abbiamo completato l’anno passato di cui possiamo scrivere il numero 2021 e ne iniziamo un altro 2022 che non possiamo scrivere, con il Capodanno (da capo d’anno) primo giorno del nuovo anno. All’ora che senso ha augurare tutto il bene del mondo su una data già passata come l’attuale 2021 e poi ci lamentiamo che siamo sfortunati.

Ott 24, 2020 - Articoli    No Comments

Il Nuovo Ospedale

Era il lontano 3 ottobre 2000, quando fu presentato il progetto del nuovo ospedale di Vasto.

Sinceramente ogni volta che leggo un articolo che menzioni l’ospedale o di politici che ne fanno una bandiera in base al periodo, mi torna in mente un racconto di tanti anni fa, fattomi da mio padre.

Senza fare nomi, un giorno il signorotto del paese chiamò il suo muratore di fiducia perché a causa della pioggia dei giorni prima c’era una infiltrazione dal tetto.

Il muratore andò sul tetto, riparò il danno, fu pagato e andò via.

A distanza di molti mesi, dopo l’ennesima pioggia in un’altra parte del tetto si ripresentò il medesimo problema e fu richiamato il muratore.

Questa cosa andò avanti per tanti e tanti anni perché il muratore non sostituiva la tegola ma di volta in volta la spostava in altri punti del tetto.

Così facendo quella tegola mai sostituita, gli assicurava un guadagno costante e sicuro per la sua famiglia.

Morale della favola Ospedale=Tegola.

Set 20, 2020 - Articoli, Home, Vignette    No Comments

Le Processioni Vietate.

Qualcuno potrebbe dire “È il segno dei tempi che cambiano”.

Personalmente la cosa che mi colpisce di più è…

Una volta il popolo portava le Sacre Effigi in processioni e in prima fila c’era sempre un sacerdote, durante le varie vicissitudini di guerre, carestie e pandemie, pregavano per l’intervento dell’Altissimo, mentre adesso sono gli stessi Prelati che invitano a non fare processioni per evitare assembramenti.

Nello stesso periodo in netto contrasto, si vedono in giro manifestazioni di mercati e mercatini, inaugurazioni e feste politiche, happy hour e vari tipi di assembramento e ora riaprono anche gli stadi.

Quanti pesi e quante misure, qualcosa non torna….

muschettsofia@mailxu.com budreau.rafael@mailxu.com