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Mag 10, 2016 - Articoli    No Comments

Fratelli di latte

Ci sono e ci sono sempre stati i fratelli dello stesso sangue, nati dall’unione di un uomo e una donna.

Un tempo a San Salvo, dove non esisteva il latte in polvere o latte artificiale, che troviamo ora con tanta facilità venduta in farmacia, quando le neo madri dopo il parto non avevano la sfortuna di non avere latte a sufficienza per allevare il proprio piccolo, aveva due scelte. Ho dare un latte animale che non sempre riusciva a far sopravvivere il nascituro o si rivolgeva e chiedeva aiuto a quelle donne che avevano partorito da poco e avevano tanto latte da poter allevare e sfamare più piccoli. Nel preciso momento, istante in cui il neonato appoggiava le minuscole labbra sui capezzoli della balia, nasceva un vincolo, un nodo con l’altro nascituro figlio della nutrice.  Questo legame univa nel tempo con rispetto amicizia era chiamato FRATELLI DI LATTE (o sorella), molti continuavano questo rapporto come veri e propri parenti. Mia suocera Vitalina in un dolce e tenero mi raccontò che fu la balia di un neonato vicino di casa, Valerio Torricella nato nel periodo che lei era diventata madre per la prima volta nel 1962, ne consegue che lui divenne fratello di latte di mia cognata Antonietta.

Stefano Marchetta

Apr 25, 2016 - Articoli    No Comments

Vitale Melodini (mio suocero).

Vitale Melodini, nasce a San Salvo, il 24 aprile del 1937 da una famiglia poverissima, in una vecchia masseria. Ha solo tre anni, quando improvvisamente, la mamma Antonietta Cilli, muore. Il padre Angelo, dopo qualche mese dalla scomparsa della sua inseparabile compagna, si ammala seriamente. Valerio Torricella e Marietta Fabrizio (famiglia di carrettieri), pur avendo sette bocche da sfamare: cinque femmine e due maschi (Vitale e Guido), decidono di tenere in casa loro, quel bambino orfano della madre. La famiglia Torricella gli vuole un bene immenso, lo accudisce al pari di un figlio. La guerra sta per finire, Vitale ha quasi otto anni, ed ha già un lavoro: la custodia di un gregge. Un giorno, mentre conduce le pecore al pascolo, è investito da un camion pieno di soldati inglesi. L’autista, però, non si accorge dell’incidente e continua la sua corsa. Vitale con la gamba maciullata e una profonda ferita alla testa non può muoversi, e resta per lungo tempo sul selciato perdendo sangue. Trascorre quindici giorni e quindici notti dentro una piccola masseria; riesce a sopravvivere nutrendosi di grappoli d’uva. La famiglia Torricella lo cerca disperatamente. Lo zio Costantino Torricella, dopo lunghe ricerche ritrova Vitale stremato e macilento. Con l’aiuto di Cesare Ricci e Nicola Molino (quest’ultimo conosceva bene la lingua inglese), caricano il poveretto su una camionetta inglese e lo trasportano all’ospedale di Vasto, dove resta per sei mesi. Una volta guarito si dedica al trasporto delle merci come d’altronde tutta la famiglia Torricella. Una notte, gli appare in sogno la madre Antonietta che lo avverte: “ Un giorno, il tuo carretto si rovescerà e tu ci finirai sotto, stai attento, la Madonna ed io ti salveremo”. La settimana seguente, mentre Vitale trasporta un carico di canne lungo un viottolo della “Rotella”, il cavallo comincia a imbizzarrirsi. Il carretto si ribalta, e insieme al cavallo, sprofonda in un fosso. Vitale rimane sotto il ventre dell’animale con le gambe impigliate ai finimenti. In quel momento gli appare di nuovo il volto della mamma che lo rassicura. Subito soccorso da Angelo Bruno, Guido Torricella e altri contadini, esce indenne dal brutto incidente. I Torricella incrementano l’attività di trasporto delle merci con l’acquisto di altri cavalli, carretti e carrozze per gli sposi. All’inizio di primavera, la famiglia Torricella, compra un cavallo di una razza araba, snello, focoso, di colore bianco, adatto anche per la riproduzione. Il suo nome è “Lucifero”, è un animale intelligentissimo, ma sferra poderosi calci a qualsiasi persona gli si avvicina, è un cavallo irascibile e indomabile. Vitale, con la pazienza e la dolcezza, che solo un esperto di cavalli sa usare, dopo alcune settimane riesce ad addomesticarlo, nasce tra l’uomo e l’animale, una profonda amicizia. Purtroppo, la famiglia Torricella, dopo alcuni anni, decide di vendere il cavallo al migliore offerente e di chiudere l’attività, Vitale piange disperatamente. “Come farà a vivere senza il suo Lucifero?”. Im quei giorni arrivò la cartolina rosa del servizio militare che lo portò a Milano. E’ un pomeriggio d’estate, il sole spacca le pietre, mentre costeggia la staccionata di un ippodromo, scorge un cavallo dal colore bianco, snello e dalla corporatura perfetta, il suo cuore comincia a battere veloce, resta impietrito, poi, con la voce bloccata dall’emozione, emette un grido: ”Lucifero!”. Il cavallo drizza le orecchie, poi s’inerpica sulle zampe posteriori e nitrendo ripetutamente galoppa verso il vecchio “amico”. Vitale gli corre incontro, si aggrappa forte al suo collo e scoppia in un pianto irrefrenabile. Come davanti a un vecchio confidente gli racconta tante storie, il cavallo ascolta, si fa tardi e il treno sta per ripartire. Vitale non ha il coraggio di andarsene. Dà un ultimo abbraccio al cavallo, e con gli occhi pieni di lacrime, si avvia con passo lento verso il treno, mentre il nitrito di Lucifero risuona come un pianto disperato di chi lascia per sempre un grande amico.

Michele Molino

Apr 5, 2016 - Articoli    No Comments

Il 27 Aprile 1980 la Banda dei Carabinieri a San Salvo.

Nel 1980 dopo vari eventi successi a San Salvo, il comitato festa di San Vitale fu al quando numerosa, ne furono almeno 100. Tra i tanti c’era il cav. Cilli Virgilio che tra i suoi desideri rientrava la voglia di portare nel suo paese la banda dei carabinieri al completo. Con pazienza e toccando i tasti giusti, riuscì nel suo intendo, il 27 aprile nel pomeriggio la banda fu schierata all’inizio di Corso Garibaldi per sfilare per le strade del nostro paese guidata dal colonello, maestro Vincenzo Borgia, mentre delle timide gocce di pioggia iniziavano a scendere. Il palco per accogliere i 105 elementi della banda era pronto davanti alla chiesa di San Giuseppe, una volta arrivati in centro, la pioggia inizio copiosa e forte, la banda si rifugiò sotto il porticato del comune, dove poi sotto la pioggia che non avrebbe smesso solo a notte inoltrata, fu fatta una piccola cerimonia e suonate qualche brano. Così la serata come lo aveva pianificato il cav. Cilli Virgilio rimase un sogno. Ricordo che qualcuno disse “Significa che San Vitale non ha gradito la banda”.

Stefano marchetta

Mar 24, 2016 - Articoli    No Comments

Gemellaggio San Salvo con Svenskerenvar (Ungheria).

Parlando con alcuni giovani, anziani e persone non del luogo, ho capito che non tutti sanno cosa sia quel legno posto nel centro della nostra città, tra la diramazione di via Roma e Corso Umberto I.

Le Rivoluzioni del 1989, a volte chiamate l’Autunno delle Nazioni, furono un’ondata rivoluzionaria avvenuta nell’Europa Centrale e Orientale nell’autunno del 1989, quando diversi regimi comunisti furono rovesciati nel giro di pochi mesi. La città di Svenskerenvar (Ungheria) cercò da subito di aprirsi al mondo nuovo, cercando molti gemellaggi con città della vecchia europea per facilitare la crescita della loro città. Nel 1992 chiesero alla città San Salvo e all’allora sindaco Mariotti Arnaldo, di gemellarsi con loro, la delegazione fu ospitata alloggiato nell’asilo nido di San Salvo Marina. Loro si portarono dall’Ungheria un tronco d’albero, il legno fu scolpito e modellato sul suolo ospitante per dare un segno più tangibile di una nascita di fratellanza direttamente sul luogo. Nell’agosto del 1992 il monumento che sigillava il gemellaggio fu posto nell’angolo ovest del monumento dei caduti in guerra. Mentre nella loro città in Ungheria in una parte di nuova costruzione, sempre in legno un monumento pieno di frecce su cui ci son scritte le distanze in km e i nomi delle città gemellate. Poi nel tempo per molti anni la nostra città mantenne vivo il gemellaggio, ospitando e mandando delegazioni in Ungheria. Io ebbi la fortuna essendo un componente della Banda Città Di San Salvo, di andarci due volte a distanza di anni, fui testimone personalmente della voglia di cambiamento nel popolo ungherese, che aveva vissuto sotto il regime filorusso per oltre trent’anni.

Stefano Marchetta

Mar 17, 2016 - Articoli    No Comments

“Quando si sposava una figlia”.

In un tempo non tanto lontano a San Salvo, quando si sposava una figlia, era un momento doloroso, non era vissuto con gioia, perché quel giorno si perdeva una figlia.

Il giorno del matrimonio mentre tutti i parenti andavano a festeggiare i novelli sposi, i genitori della sposa restavano a casa, i consuoceri si dovevano preoccupare di portare loro tutte le portate servite durante il pranzo, poi dopo il matrimonio non uscivano da casa per otto giorni in segno di lutto.

La cattiveria popolare aveva creato un detto al quando offensivo riferito ai genitori della sposa: ” Pòrtë la scràufë a lu vèrrë” (Porta la scrofa al verro), facendo diventare un evento bello in qualcosa di cui ci si doveva vergognare.

Si racconta che a dispetto delle malelingue, nel dopo guerra, il primo a non curarsi di tutto ciò fu la famiglia Artese in occasione del matrimonio della loro figlia Francesca con Vincenzo Granata, aprendo la porta a una crescita culturale che nel tempo ci ha portato alle bellissime cerimonie cui ora siamo chiamati a partecipare.

Stefano Marchetta

Feb 28, 2016 - Articoli    No Comments

I BLOCCHI di MARMO della CHIESA di SAN GIUSEPPE.

Chiesa San Giuseppe

Le leggende fanno parte del patrimonio culturale di tutti i popoli, appartengono alla tradizione orale e nella narrazione mescola il reale al fantastico, non raccontano mai dei fatti totalmente inventati, contengono al loro interno sempre una parte di verità.

La chiesa di San Giuseppe fu ingrandita e rifatta come la vediamo adesso sulle mura della vecchia chiesa, che a sua volta era stata ampliata sulla struttura di una piccola chiesetta, così senza interrompere la linea che unisce presente e passato, i lavori furono fatti accavallo degli anni ’50 e ’60, il parroco don Cirillo Piovesan, si occupo delle donazioni, fatte non solo dai residenti, ma anche dai tanti emigranti Sansalvesi sparsi per il mondo.

Se si osserva con attenzione, la facciata della chiesa di San Giuseppe è fatta tutta in mattoni rossi, ma guardando bene con attenzione, si notano dei blocchi di marmo messi senza una regola, senza uno schema, messi man mano senza uno spiegabile motivo ornamentale, come se di tanto in tanto finissero i mattoni e si metteva un blocco di marmo.

A tal proposito voglio farvi partecipe di un mio ricordo, porre l’attenzione su un racconto che sentii narrare da persone anziane quando ero ragazzino, davanti al bar Roma mentre aspettavo i miei amici per giocare a biliardino, ascoltai con attenzione questa sorte di leggenda paesana, che rimase indelebile nella mia mente.

Nel dialogare fra loro la spiegazione che si dava, era quella che i blocchi rappresentano delle firme, loro dicevano che ogni muratore che partecipò alla costrizione della chiesa, ne pose una, quasi a voler scrivere in modo indelebile il suo nome nel momento che riteneva più appropriato, mentre il Tempio saliva maestoso verso il cielo.

Ricordo che indicavano i vari blocchi e dicevano anche i nomi dei vari operai che avevano partecipato alla costruzione della chiesa.

Non mi sono mai posto negli anni di indagare sulla veridicità del racconto, mi piace pensare che le varie posizioni in altezza dei blocchi sarebbero state dettate dal grado, i manovali in basso e via via, che si saliva nella costruzione fino ai capi mastri muratori.

Stefano Marchetta

Feb 18, 2016 - Articoli    No Comments

Il Vincolo di Mandato

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Credo che uno dei problemi dei nostri politici sia la non coerenza con il proprio elettorato, perché sembra che l’unica spinta che loro cercano è quella di arrivare a essere eletti a una carica istituzionale.

Poi come si usa dire “ Buona notte ai suonatori”, in questo caso agli elettori che hanno abboccato alle chiacchiere vendute durante le elezioni.

Ultimamente sempre più politici cambiano con disinvoltura vari schieramenti, sia per entrare in una situazione di potere o per un interesse personale.

Non è giusto che si porti voti a un partito che non avrebbe mai preso quelle preferenze, dando modo a leggi non volute di essere approvate.

Basta pensare che negli ultimi due anni 235 politici hanno cambiato casacca, questo perché non esiste una legge che applichi il vincolo di mandato.

L’articolo 67 della Costituzione Italiana dice:

“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Se invece ci fosse un modo per revocare il nostro voto al parlamentare o al partito scelto, sicuramente i politici eletti starebbero più attenti a ciò che promettono, inoltre s’impegnerebbero a comunicare le proprie scelte future ai propri elettori.

Stefano Marchetta

Feb 10, 2016 - Articoli    No Comments

“Lu cavàllë dë Vàlerië”

La famiglia Torricella aveva molti cavalli per le varie attività logistiche che svolgeva nel dopo guerra, dal trasporto merci al carro funebre, fino a quando non sono passati ai camion, abbandonando gli equini usati per tanti anni.

 “Më sìmbrë lu cavàllë dë Vàlerië” è un’espressione popolare comune, usata in situazioni ben precise, che man mano che il tempo passa se ne dimentica l’origine, è ripetuto e adoperata in modo appropriato anche da chi non sa l’inizio di quel modo di dire.

Nel caso del detto “Më sìmbrë lu cavàllë dë Vàlerië” (Mi sembri il cavallo di Valerio) la similitudine viene ed è sempre stato usato San Salvo per indicare un uomo che va o vuole avere rapporti con più donne o si atteggi a grande seduttore o in episodi plateali di burle tra amici. Il tutto prende inizio dal fatto che Valerio Torricella tra i tanti cavalli che possedeva, aveva sempre avuto uno stallone da monta per le sue cavalle. Le prestazioni dello stallone erano offerte mediante compenso ai tanti contadini che portavano le loro cavalle per farle coprire sperando nella nascita di un bel puledro. Mio suocero che visse con questa famiglia per molti anni, mi ha elencato i nomi di alcuni stalloni che loro hanno avuto: Mazzolino, Monello e altri, fino all’ultimo che si chiamava Lucifero.

Stefano Marchetta

Mio Padre, Campo di Prigionia 133.

Il campo 133 era situato a Orano (Algeria), era il luogo, dove gli americani mandarono i prigionieri che loro fecero nel momento dello sbarco in Sicilia, fino alla fine della guerra. Lo sbarco in Sicilia (nome in codice operazione Husky) fu attuato dagli alleati sulle coste siciliane il 10 luglio 1943, durante la seconda guerra mondiale, con l’obiettivo di aprire un fronte nell’Europa continentale, invadere e sconfiggere l’Italia fascista e, infine, concentrare in un secondo momento i propri sforzi contro la Germania nazista. Fu la prima operazione delle truppe alleate sul suolo italiano durante la guerra e segnò l’inizio della campagna d’Italia. Quando in seguito parlammo degli eventi successi durante il conflitto mondiale, visto gli obbrobri fatti dai tedeschi, mio padre pensando a quanti amici non tornarono, con gli occhi lucidi, mi disse:

“Sono stato fortunato a cadere prigioniero degli americani”.

Marchetta Vito-Prigionia Mio padre il 2° da sx

Marchetta Vito-Prigionia_001 Mio padre il 1° da dx

Marchetta Vito-Prigionia-002 Mio padre il 2° da sx

Marchetta Vito-Prigionia-3 Mio padre il 1° da dx accosciato

Gen 25, 2016 - Articoli    No Comments

Saggèccë e Mindrecènë

Difendiamo le nostre tradizioni, i nostri prodotti, le nostre radici.

Vedo sempre più famiglie scegliere il Mc Donald, sempre più ragazzi scelgono il Kebab, a discapito di un bel panino con la porchetta o con la ventricina o con una bella salsiccia.

Passa il tempo, passano le generazioni, ma quella sensazione che l’erba dal vicino sia sempre più verde rimane, sembra quasi una vergogna esaltare le proprie origini, al punto che più di una volta ho sentito dire da persone native di San Salvo, sono di Vasto vicino a Pescara.

Ultimamente mi è capitato un episodio, ero seduto in una sala d’aspetto, quando vidi entrare un ragazzo di San Salvo conosciuto anni addietro, (conoscevo il nonno che aveva fatto la guerra con mio padre e i genitori amici d’infanzia, tutta gente di San Salvo) che si diresse verso i distributori automatici per ricaricarli dei prodotti mancanti, mi avvicinai dicendo “Gna è, së cagnàtë fatèijë”?

Lui guardandomi rispose con un’accendo del nord “Come non capisco”!

Capii che non mi aveva riconosciuto, riformulai la domanda calcando di più l’accento sansalvèsë, “Gna è, së cagnàtë fatèijë”? Per poi buttarla sulla risata e sulle presentazioni, ma lui dal canto suo rispose un po’ scocciato con un accento chiaramente milanese “ Scusami ma non la capisco”, io rimasi senza parole e me ne tornai a sedere a riflettere sull’accaduto, cercando un perché.

Allora mi chiedo perché ci offendiamo e ci arrabbiamo quando politici stranieri con la scusa dell’Europa unita, ci chiedono di produrre formaggi senza latte, eliminare gli insaccati e altro, cose che fanno parte del nostro patrimonio culturale, della nostra bella Italia da sempre?

Ci dovremmo arrabbiare perché ci chiedono di mettere sulle nostre tavole alghe e insetti.

 

Stefano Marchetta

rodina@mailxu.com wegge-scarlet@mailxu.com