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Mar 21, 2017 - Articoli    No Comments

“La štòzzë”.

Una volta quando si andava in campagna, c’erano delle regole per quando riguardava il mangiare, considerando che non si usava l’orologio ma era la luce del sole che scandiva l’inizio e la fine della giornata lavorativa. L’estate dove le giornate erano più lunghe ci si fermava quattro volte, l’inverno solo due volte.

La štòzzë – Era una pre colazione fatta quasi a inizio lavoro, un pezzo di pane per assaggiare qualcosa, generalmente era formaggio in modo di poter fare la prima bevuta di vino.

La mappatèllë (la colazione) – Generalmente era pane e companatico che ogn’uno si portava da casa a proprie spese, l’immagine comune è quella di un canevaccio i cui lembi legati a incrocio dove all’interno c’è il cibo.

Mezzejùrnë: Pranzo preparato dai proprietari con pasta, carne e altro che era portato generalmente dalla moglie del proprietario all’orario convenuto dentro una cesta, tenuta in equilibrio sulla testa con l’aiuto della spärë (Il CERCINE). Le famiglie più povere che non potevano garantire un pranzo uguale a tutti, preparavano la sera prima una grossa pagnotta di pane, dove una volta tagliata in mezzo, era messo a suo interno tutto quel poco che si possedeva in casa, un po’ di olio, pezzetti di salsiccia, pepi e pomodorini secchi, alici, peperoni cotti e altro, in modo che il pane assorbisse gli odori e i succhi del cibo, a pranzo era fatto a spicchi e offerto, senza che ci fosse disparità tra gli operai.

Vivitìccë – era una piccola bevuta, un po’ di cibo alla buona, preparato per rifocillare i lavoratori dei campi nelle ore pomeridiane per rifare l’ultima bevuta, una piccola merenda.

Stefano Marchetta

Feb 2, 2017 - Articoli    No Comments

Lu luàpë e l’agnèllë.

L’abbondanza, un tempo ce n’era talmente tanta che un lupo trovò un agnello, non lo mangio, ma lo mise sotto la sua ala protettiva, trattandolo al suo pari. Arrivò un inverno talmente brutto e freddo che portò tanta carestia, il lupo non riusciva a cacciare e la debolezza lo stava assalendo.

Un giorno chiamò l’agnello e gli disse: “ Jé më ti à magnà” !

L’agnello subito chiese: “ Chë tì aijë fàttë, addò aijë sbajàtë ”?

Il lupo di nuovo: ” Jé më ti à magnà”!

L’agnello con voce tremante: ” Dèmmë, dèmmë almènë ‘nu mutèvë ”!

Il lupo esclamò: ” Peccà ‘na vòddë nònnetë m’à ‘ndruvutàtë l’àcquë candë jé štàva a bàvë a lu vuallàunë ”!

Morale, quando tutto va bene, tutti ti vogliono bene.

Stefano marchetta

Nov 9, 2016 - Articoli    No Comments

Quale foglia rappresenta la tua vita?

Tante volte nel tempo ho guardato, osservato e riflettuto scrutando le mie piante di pesche, ammiravo le chiome che si muovevano danzanti e festose al soffio a volte delicata di una lontana brezza marina, mentre a volte sbattute da venti di tramontana che le sballottavano a destra e a manca e il suono che emettevano le folte chiome delle piante, sembravano urla disperate mentre si abbracciavano spaurite. In tutte due i casi vedevano foglie che abbandonavano il ramo dove erano nate e vissute e in modi diversi intraprendevano il loro viaggio verso la madre terra, vicino alle radici della sua pianta natia, altri invece il vento le portava a perire lontane dal luogo di nascita. Mentre alla maggioranza era riservata una vita nella media, alcune foglie, superavano le intemperie, le siccità estive ed erano ancora la in pieno inverno ad aspettarmi e a guardarmi iniziare la potatura, forte e invecchiate nelle mille sfumature di colori che l’autunno le aveva pazientemente colorate. Ho sempre pensato che le piante rappresentasse la terra e le foglie fossero la moltitudine delle persone che la popolano. Ogni giorno una foglia indipendentemente dall’età abbandona il suo ramo e va a morire. Ogn’uno di noi fa progetti, pianifica e sogna gli eventi futuri pieni di gioie, coscienti di dover sopportare anche eventi tristi ma convinti tutti di essere quella foglia che in inverno aspetta appesa al suo ramo. Sinceramente penso che ogn’uno di noi si chiede: “Qual è la mia foglia”.

Stefano Marchetta

Leone Balduzzi, il cavaliere.

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Ricordo che da bambino conoscevo nella mia ingenuità Leone Balduzzi come il padrone del negozio in Corso Umberto I°, un commerciante.

L’immagine del ricordo di Leone Balduzzi e concentrata in un piccolo fotogramma della mia mente, un giorno di Natale di tanti anni fa, andando a messa sentii un suono nuovo che echeggiava nella chiesa, incuriosito, mi avvicinai verso l’altare, quando giunsi nelle vicinanze, vedi un signore dai capelli bianchi girato di schiena che provava il suo strumento prima della santa messa. Quando ne scoprii il volto, rimasi sorpreso nel vedere chi era, quell’istante di lui con la guancia appoggiata sul violino che si muoveva come chi sta ballando con la sua dama, nella mia mente è sempre abbinato al cavaliere e così ho voluto disegnarlo. In seguito crescendo, ebbi modo di conoscere il poeta, musicista, autore di autentici capolavori musicali, come “Sante Salve belle” che è diventata nel tempo l’inno della nostra città.

Ha avuto il grande merito di essere negli anni 80 insieme al maestro Fiorentino Fabrizi di creare il complesso bandistico “Città di San Salvo”, di cui era Presidente onorario, di cui ebbi la fortuna di farne parte in quegli anni conoscendolo anche in quella veste. Anche la “Corale 50 e più”, fu realizzata e voluta fortemente da Leone.

Che dire ancora è stato un grande.

Stefano Marchetta

San Rocco e San Pio.

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<<Rocco ti devo qualcosa, che passi dritto come un treno>>?

<<Pio, non fare finta di non sapere niente, a settembre io avevo una festa a San Salvo e piano piano l’hanno fatta sparite>>!

 

—Tutto quello che rimane a San Salvo, della festa di San Rocco, è il nome che si da ancora a un appuntamento solamente commerciale che continua a svolgersi a metà settembre, “La Fiera di San Rocco” la stessa nasceva in onore del Santo. Mentre la popolazione negli ultimi anni ha spostato i festeggiamenti con suoni, canti e fuochi pirotecnici al 23 settembre, su un nuovo Santo più attuale, San Pio da Pietrelcina. Eppure San Rocco un tempo era la festa più importante dopo San Vitale, si festeggiava il 17 e 18 Settembre con la banda ad accompagnare la processione.  Era l’ultima festa dell’anno a San Salvo che iniziavano ad aprile con la festa del Santo Patrono. Della festa religiosa rimane una statua grande di San Rocco nella chiesa di San Giuseppe e una piccola chiesa in suo onore chiusa, dove è rinchiuso Sàndë Rucchìccë (San Rocchino, chiamato con affetto dai sansalvesi per la sua minuta fattura) piccola statua di San Rocco, che un tempo, una settimana prima della festa, era portato in processione verso la Chiesa madre di San Giuseppe e posta vicino all’altra statua. Ora San Rocco non si festeggia più, come è capitato ad altri Santi, presenti nelle tradizioni popolari di noi sansalvesi, che a sua volta stiamo man mano scomparendo come popolazione autoctona.

Stefano Marchetta

Set 21, 2016 - Articoli, Vignette    No Comments

Handicappato?

In occasione delle Paralimpiadi, mi è capitato spesso di leggere piccole frasi estrapolate da lunghe interviste fatte ad atleti vincitori di medaglie d’oro, solo con l’intendo di dare un messaggio: ”Alla fine il problema delle persone con disabilità fisiche, si riducono tutto a impegno, forza di volontà e voglia di vivere”.

Poi basta uscire da casa e vedere queste persone costrette ad andare con la carrozzella in strada tra le auto, perché sanno già che alla fine del marciapiede se non c’è qualcuno ad aiutarli hanno difficoltà a proseguire il loro viaggio, per colpa di un lampione o in palo al centro del percorso o manca lo scivolo.

Tutto ciò ha un costo, allora è meglio cambiare loro il nome per rispetto, per non offenderli come qualcuno afferma, così il problema è risolto.

Stefano Marchetta

handicappato

handicappato

Torricella Valerio e il cane Dragone

Torricella Valerio (Valerio con i suoi cavalli).

È ancora vivo nei suoi ricordi come se fosse successo ieri, si nota nei suoi occhi e si sente nel fragore delle sue risate, quando mio suocero Vitale Melodini, mi racconta questo episodio, finendo la storia dicendo: “Mànnë èrë e mànnë è”! (Che mondo era e mondo è!)

Era una notte d’inverno degli anni ’50, nel buio più scuro, delle ombre furtive si aggiravano nella piccola piazzetta tra il 6° vico Garibaldi e il 7° vico Savoia nei pressi della casa di Valerio Torricella con l’intento di rubare i cavalli tenuti nella stalla, sapendo che tutta la famiglia dormiva al piano superiore.

A far compagnia ai cavalli c’era anche Dragone un cane anziano che si era fatto la cuccia nella paglia per stare più caldo.

Nel silenzio più assoluto uno dei malfattori inserì il braccio nella hattaròlë (buco praticato nella parte bassa della porta per favorire il passaggio dei gatti) per riuscire a togliere il paletto che manteneva chiusa la porta, Dragone non abbaio né si mosse dal suo giaciglio, ma emise solo una specie di grugnito lamentoso che fece allertare il suo padrone, che subito capì che qualcosa non andava.

Scese le scale con passo felpato e subito vide nella penombra un braccio che si muoveva, con uno scatto fulmineo afferro quel braccio bloccandolo all’interno, chiamo la moglie e le chiese di passargli la rattacàscë (la grattugia) che cominciò a passarla sulla mano del mal capitato, fino a quando il sangue non cominciò a uscire.

La mattina seguente Valerio vide uscire dallo studio del dottor Vitaliano Ciocco posto su Corso Garibaldi poco distante da casa sua Carmine T., con la mano tutta fasciata. Avvicinatosi, gli chiese cosa fosse successo, lui rispose “Tenàvë la còrdë dë l’àsenë abbretètë a la mènë, candë dë bòttë a terètë e më la scurcuatë” (Avevo la corda dell’asino arrotolato nella mano, quando di colpo ha tirato e me la sbucciata), Valerio di contro battuta gli disse “Lë cavèllë dë Valèrië ‘n zë tòcchë” (I cavalli di Valerio non si toccano).

Quando Valerio morì, Dragone pianse quindici giorni sulla tomba del suo padrone, il custode del cimitero tentò di cacciarlo ma rischiò solo di essere morso.

Dragone morì alla venerabile età di ventuno anni.

Stefano Marchetta

Ago 16, 2016 - Articoli    No Comments

NOTTAMBULA 2016

Nottambula a San Salvo è quella manifestazione che in tutte le altre parti viene chiamata La Notte Bianca.

Come prima cosa voglio ringraziare quelle persone che hanno sollevato critiche verso la manifestazione di ”NOTTAMBULA”, perché mi hanno regalato il ricordo di un piccolo dialogo che feci con mio padre. Circa quaranta anni fa, in una soleggiata domenica mattina d’estate mi ritrovai a passeggiare nella villa comunale con mio padre e altre persone. Alcuni erano molto più anziani di mio padre, a un certo punto girarono a destra lungo quella stradina che un tempo attraversava la villa, dove cerano delle panchine di marmo e delle panche di legno con tavolo, dove i vecchi giocavano a carte all’ombra fresca delle piante. In una delle panchine riparata dalla complicità di un ramo di un albero cresciuto verso il basso, una coppietta abbracciata pomiciava, scambiandosi i sogni dell’età, subito uno degli anziani che stava con noi li apostrofo e li rimprovero con parole pesanti:

“ Scuštumìtë, vrettacchìenë, a li timbë mì štë còsë nin zë faciàvë”!

(Scostumati, sporcaccioni, ai miei tempi queste cose non si facevano).

Costringendo i ragazzi ad alzarsi e con passo veloce allontanarsi.

Mio padre guardando la mia faccia attonita e dispiaciuta, in un secondo momento mentre tornavamo a pranzo, scendendo per via Fondana Vecchia, ritornando sull’accaduto esclamò: ” Šté, ‘n gi fa’ casë è la ggilusèijë dë la vecchiàijë, candë hìunë nnë lë po fa cchì, štrèllë e dècë ca štë còsë nni zë ffa’, a chë sèrvë ”. (Stefano, non fare caso è la gelosia della vecchiaia, quando uno non può fare più certe cose, strilla e dice che queste cose non si fanno, a cosa servono). Questo per dire che le cose bisogna godersele in base all’età che si ha al momento non a quello che avremmo voluto fare da giovani quando sono mancate le occasioni o eventi del genere non c’erano e come dire “Nièndë jé, nièndë a niscìunë” (Niente a me, niente a nessuno).

Come la musica tutti l’abbiamo ascoltata con il volume a manetta, nel tempo abbiamo variato l’audio in base alle nostre esigenze, non abbiamo smesso di ascoltare canzoni.

Stefano Marchetta

“Nicola Marchetta e l’Andrea Doria, storia di un viaggio, 60 anni fa”.

Era già notte il 26 luglio 1956 quanto a San Salvo arrivo la drammatica notizia che il transatlantico Andrea Doria diretto a New York era affondato.

L’oscurità era illuminata dalle fiocche luci dei lampioni e da una luna quasi piena che schiarivano i vicoli bui, mentre un via vai di persone migrava di casa in casa, alcuni piangevano altri muti e persi, andavano in cerca di notizie sicure, riassicurazioni per il loro cuore affranto e pieno di preoccupazioni, sorretti solo dalla speranza, dalla fede e dalla preghiera.

Vi chiederete perché? Bisogna tornare indietro di qualche mese, Nicola Marchetta fratello di mio nonno Antonio, stanco di avere per amici la fame e la miseria con la moglie Carolina Di Biase e i quattro figli minori, Bruno, Adelina, Elda e Michelina, decise di emigrare negli Stati Uniti d’America, lasciando i cinque figli più grandi che erano già sposati o in prossimi a farlo nel paese natio. I parenti tutti si riunirono per salutarli prima della loro partenza per Napoli (foto a), dove avrebbero preso la grande nave. L’indomani della partenza il figlio Bruno malato non poté partire, li avrebbe raggiunti in seguito con altri paesani che erano in procinto di partire. Arrivati a Napoli, ebbero la sgradita notizia che c’era stato un errore, i posti disponibili sull’Andrea Doria erano solo due gli altri posti erano disponibili sulla C. Colombo (foto d) la nave gemella, altrimenti dovevano aspettare alcuni giorni e partire tutti insieme, così fecero. Ai molti passeggeri in attesa dell’imbarco, consigliavano di ricevere tutti i crismi, così in una chiesa vicino al porto furono cresimati tutti quelli che non avevano ricevuto il sacramento, perché una volta arrivati bastava un cavillo per negare lo sbarco ( foto b).

In attesa della loro partenza zio Nicola insieme alla sua famiglia andò a vedere lo spettacolo festoso della partenza dell’Andrea Doria che si allontanava verso l’orizzonte, cosa che avrebbero fatto anche loro verso una nuova vita. All’oscuro di ciò che sarebbe successo e senza esserne consapevole il suo destino stava cambiando in quel momento. Durante il viaggio sulla C. Colombo non furono informati della collisione delle due navi(foto c), dove persero la vita cinquantuno passeggeri, solo all’arrivo seppero dell’accaduto e cercarono subito il modo di telefonare a San Salvo per rincuorare tutti i famigliari convinti che loro erano a bordo dell’Andrea Doria, che avevano vissuto quei giorni interminabili con tanta apprensione. Questa triste storia mi ha fatto sempre pensare che la nostra sorte è legata a un filo, forse per incuria o per favorire qualcuno, l’addetto a prenotare i posti ha cambiato la vita di zio Nicola e famiglia. Se loro fossero stati sull’Andrea Doria dopo lo spavento di quella sciagura, sarebbero forse rientrati in Italia e continuato la loro vita a San Salvo da dove l’avevano lasciata, invece in America i figli si sono sposati fatti una posizione e sono nati nipoti e pronipoti.

Stefano Marchetta

1956 tutti Parenti (foto a)Tutti i Parenti

C.Colombo TRANSATL  (foto d)La C. Colombo

prima dell'imbarco sul transatlantico C.Colombo cresimati

( foto b)La Famiglia Marchetta la cresimati prima dell’imbarco  .

medium_andrea-doria (foto c)

 

 

 

Mag 21, 2016 - Articoli    No Comments

Lu Tùcchë e la Màla Lòffë

Ricordo che un tempo noi ragazzini per designare chi doveva iniziare un gioco, facevamo a lu tùcchë (la conta) contare il numero dato dalla somma delle dita mostrate dai partecipanti al gioco, mentre le femminucce usavano la filastrocca “Ambarabà ciccì coccò” più conosciuta a livello nazionale.

«Ambarabà ciccì coccò, tre civette sul comò, che facevano l’amore, con la figlia del dottore; il dottore si ammalò: ambarabà ciccì coccò! »

O la filastrocca più paesana della “Màla lòffë”, le bimbe usando una canna (o altri oggetti) declamava la tiritera in sillabe, toccando i piedi delle compagnucce sedute su degli scalini in modo continuo e sceglierne una sull’ultima parola.

“Pìndë, pendùlë, pindòffë,

chì l’à fàttë la mala lòffë,

la fàttë lu chìulë puzzulèndë,

c’à ‘mbuzzenètë tùttë la ggèndë

e lë së fàttë pròprië tì”.

Inizialmente la filastrocca era nata ed era usata per scoprirne chi era il responsabile, quando si avvertiva uno sgradevole odore di una scarica corporale, (la cosi detta “loffa”).

L’operazione di accertamento avveniva scandendo sugli indiziati, in senso rotatorio, le sillabe della filastrocca, la colpevolezza era inesorabilmente attribuita a colui sul quale, cadeva l’ultima sillaba della filastrocca.

Marchetta Stefano

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