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Nov 9, 2014 - Articoli    No Comments

La Fàndë vicchië per il popolo.

Come tutte le comunità antiche, il filo conduttore che a permesso loro di sviluppare è stato l’acqua, sia era un fiume, un torrente o una sorgente esso era il bene più importante per le genti.

In questo tempo apriamo il rubinetto e arriva l’acqua per molti rimane difficile calarsi in un tempo dove se non eri andato a prendere l’acqua alla fonte non bevevi, non cucinavi e non ti lavavi.

A San Salvo la fonte vecchia era il fulcro delle famiglie, ogni attività era legata a essa.

Volendola paragonala ai nostri giorni la potremo associare al passeggio della villa comunale o dei portici, dove ci sono i negozi, dove questi diventano luogo d’incontro per tutti.

Così la vecchia fontana a parte andare a prendere l’acqua per la casa, diventava il luogo dove ci si scambiavano notizie e pettegolezzi, diveniva il luogo, dove i giovani andavano di buon grado ad abbeverare gli armenti per ordine dei genitori e poter incontrare le ragazze che a loro volta per dimostrare che erano pronte per il matrimonio, andavano a prendere l’acqua con la conca da portare in equilibrio sulla testa, con l’aiuto della spärë (CERCINE dal latino Circinus – Cerchio)  uno strofinaccio arrotolato a forma di corona.

Così facendo nascevano le prime simpatie fatti di sguardi e sorrisi a volte ricambiate e a volte no.

Stefano Marchetta

Ott 23, 2014 - Articoli    No Comments

La Fàndë Vìcchë (la fonte vecchia).

La fàndë vìcchë (la fonte vecchia) sansalvese diede anche il nome alla vicina stradina in discesa, sotto il muraglione. E’ stata restaurata e stravolta nel suo aspetto originale diversi anni fa. L’antico acquedotto romano ipogeo (cioè una costruzione sotterranea, realizzata interamente dall’uomo o come riadattamento di cavità naturali) già alimentava fin dall’origine la vecchia fonte del borgo sansalvese che presentava un interessante sistema di tre vasche comunicanti a trabocchi decrescenti in altezza. L’acqua della fontana cadeva abbondante da due grosse cannelle metalliche. L’acqua dalla vasca di raccolta più alta raggiungeva progressivamente la vasca più bassa.

I sansalvesi bevevano l’acqua diretta che fuoriusciva dalle due cannelle metalliche. La vasca in laterizi più alta era l’abbeveratoio che raccoglieva l’acqua usata per abbeveraggio animale di asini, cavalli e buoi, la vicina vasca comunicante interposta subito dopo nel mezzo del sistema era il lavatoio usato per il bucato con le tavolozze di legno, l’ultima vasca posta più in basso raccoglieva l’acqua reflua sporca che era utilizzata per lavare le carni appena macellate o le casseruole, catini e tinozze della vendemmia o delle conserve alimentari. Tale sistema a vasche comunicanti consentiva l’uso razionale ergonomico dell’acqua sansalvese la cui potabilità era alquanto sgradita ai compaesani per l’eccessiva durezza organolettica. Fin dall’antichità la fonte vecchia fu molto preziosa per la comunità monastica sansalvese. I frati del medioevo utilizzarono quest’acqua anche per irrigare il vicino orto badiale, poi divenuto l’òrtë dë la fàndë (l’orto della fonte).

Stefano Marchetta

Ott 7, 2014 - Articoli    No Comments

Nel 1998 in piazza Aldo Moro in San Salvo si svolse: “Il primo Simposio di Scultura su pietra della Maiella”.

Parteciparono vari artisti tra cui Fabrizio Dieci, la cui opera è posta nella nostra Villa Comunale. Carmen Tornabuoni, autrice della “Dafne” posta nello spazio verde di via delle Ginestre, di cui ho un bel ricordo, lei smise di lavorare per rispondere a tutte le mie curiosità, parlammo a lungo prima di rituffarsi nella sua creatura.

Claudio Gaspari di San Salvo autore “La Stilo III” che vediamo nelle foto mentre egli scarica il suo blocco di pietra della Maiella e altri scultori.

Le opere una volta finite furono esposte al pubblico per diversi giorni sui due lati di via Roma antistante il Monumento dei Caduti.

Possiamo annotare un episodio triste, nella notte alcuni teppisti fecero cadere la “La Stilo III”, gli organizzatori saputo l’accaduto senza interpellare l’autore se la scultura era recuperabile, pensarono bene di caricare il morto e di andarlo a buttare, così la mattina era tutto apposto da far sembrare che nulla era successo.

Abbiamo le foto per fortuna che ci attestano e ci fanno conoscere il lavoro fatto dall’amico C. Gaspari, le cui dimensioni erano 100x208x68.

Alcune delle sculture il comune di San Salvo le donarono alle città con cui era gemellata.

Stefano Marchetta

Set 28, 2014 - Articoli    No Comments

L’ànemë dë la cànnë

Rimedi contadini.

Ricordo che un tempo andando in campagna  se capitava di tagliarsi, la prima cosa che ti dicevano era quella di urinarci sopra per disinfettare la ferita, forse perché gli antichi sapevano che l’urina era sterile e conteneva ammoniaca.

La seconda era quella di trovare delle canne secche, romperle e prendere l’ànemë dë la cànnë (l’anima della canna), quella membrana bianca all’interno delle singole sezioni della canna (i nodi), anche lei cresciuta in un ambiente sterile,  depositala sulla ferita, l’ànemë fermava il sangue e fungeva da cerotto, se ne mettevano diverse fino a bloccare il sangue, aiutando a cicatrizzare la ferita.

Stefano Marchetta

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Set 17, 2014 - Articoli    No Comments

Lë cucucciàllë marèijë

Si chiama “ECBALLIUM ELATERIUM” ma in italiano è chiamato COCOMERO ASININO, ma anche SPUTAVELENO perché sputa i semi irritanti quando arriva a maturazione esplode, così a sua volta i semi vanno a colpirne altri causando una reazione a catena.

In dialetto è chiamato lë cucucciàllë marèijë che letteralmente significa le zucchine amare.

Un tempo quando i bimbi erano arrivati al periodo dello svezzamento o perché avevano messo i primi dentini, le mamme mettevano del succo di questo frutto sul capezzolo e sul seno in modo tale che il fastidio dell’amaro faceva allontanare il bimbo dal seno senza nessuna forzatura ma spontaneamente.

Era usato anche per far togliere il vizio alle bimbe e ai bimbi che si succhiava il pollice.

In questo caso si cospargevano le dita di succo di lë cucucciàllë marèijë, provocando l’abbandono di quel vizio, ma se s’intervenivano tardi i bimbi più grandicelli, si lavavano le mani continuando il loro vizio.

Stefano Marchetta

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Ago 21, 2014 - Articoli    No Comments

La scappellatë.

Come scritto in precedenza nell’articolo “ Lu tacchië” c’erano delle procedure da seguire per quando riguardava un fidanzamento.

Nell’ottocento a San Salvo e in altri paesi vicino c’era un atto chiamato “la scappellatë”, era usata dai giovani innamorati la cui felicità era ostacolata dai propri genitori quando era rifiutato lu tacchië.

Per attuare la scappellatë, il giovane innamorato doveva scegliere un momento dove il popolo era presente numeroso, la scelta ricadeva sempre o sull’uscita di chiesa la domenica o la processione di un Santo.

L’atto era semplice bisognava togliere in fazzoletto dal capo della ragazza davanti a tutti, questo gesto era un disonore per la famiglia della giovane che richiedeva nozze riparatrici, per la gioia dei due Innamorati.

Questa però era un’arma a doppio taglio, perché era usato a volte anche da chi rifiutato si fissava su una ragazza condannandola con questo gesto a un matrimonio non voluto.

Si raccontava che nel paese di M. di B. dopo che fu fatto l’atto della scappellatë, il fratello della ragazza torno a casa prese un coltello e ritornato in piazza e uccise il ragazzo che aveva disonorato la sua famiglia.

Stefano Marchetta

Mag 14, 2014 - Articoli    No Comments

Le mamme dicevano:

Io sono nato vicino alla chiesetta della Madonna delle grazie, la piazzetta della chiesa se pur in discesa, era anche il nostro campo di giochi, punto di ritrovo di tutti i ragazzi del circondario.

C’era una regola tornati da scuola, dopo aver pranzato si usciva per giocare fino alle ore 15:00, alla sua scadenza le mamme le prime volte con dolcezza ricordavano l’ora, poi si cominciavano a sentire ogni tipo di richiamo.

Qui sono riportate vari modi di dire delle nostre madri per le varie occasioni.

Jè të aijë fattë e jè më t’armàgnë. (Io ti ho fatto e io mi ti rimangio).

Uajemùrtë, ma ‘nghë sa ràcchië nen gë sìndë? (Sfaticato, ma con quell’orecchio non ci senti?)

Fèijë dë mezzë pedìunë. ( Figlio di metà ciascuno, inteso di padre e madre).

Vì aècchë sbesètë. ( Vieni qua persona insignificante).

Nen të fa acchiappà, chë së t’acchiàppë të vattë. (Non ti far prendere, perché se ti prendo le prendi di santa ragione).

Vì aècchë prèmë dë mò. (Questo è un imperativo dei più potenti”Vieni qua prima di adesso”!)

Jè t’àrvoddë gnè na cazzattë. (Io ti rivolto come un calzino).

La hallenë pètë lùnghë. (La gallina dalle gambe lunghe) Era il paragone che si faceva di un bimbo che giocando spensierato si allontanava da casa , come le galline che razzolando si allontanavano e potevano incontrare la volpe a 2 o 4 gambe..

Jè të scàcchë e targàcchë.  (Io ti scacchio e ti riattacco).

Cioè privare una pianta dei cacchi, cioè dei germogli falsi, per favorire lo sviluppo di quelli fruttiferi, in questo modo di dire ce la voglia di un genitore a far diventare un germoglio buono il proprio figlio, nel rimetterlo per la strada buona.

Së t’acchiàppë è mèijë chë të mènë da sàulë, ca jè të šduvuàijë. (Se ti prendo è meglio che ti picchi da solo, perché io ti riempio di botte)

Vì aècchë mort’accesë. (Vieni qua morto ucciso ). Definizione benevole di una persona capace e saggia.

Së tòrtë gnè la vèijë dë Munderècë. (Sei storto come la strada per andare a Monteodorisio).

Chìudë sa pòrtë, chë tì la càudë? ( Chiudi quella porta che hai la coda?).

Sànghë e làttë. (Sangue e latte). Si dice a un neonato quando ha il singhiozzo.

 Štìutë sa lìucë ca petrètë në fatèijë a l’Enèllë. (Spegni la luce che tuo padre non lavora a l’Enel).

Salìutë, crèscë sàndë ca diavelë già cë sì. (Salute, cresci Santo che diavolo già ci sei).

Si dice quando un bimbo starnutisce.

Arzèlë, ca po’ menè cachedìunë. (Metti a posto, perché può venire qualcuno).Questa è una delle frase che le mamma hanno detto e ancora dicono ai figli, che non riescono mai a sapere e a capire chi è questo qualcuno.

Të vè avulè sèmbrë dë vrùcchelë salìtë. (Hai sempre voglia di broccoli salati).

Jè të faccë vambìjë la fàccë. (Io ti faccio sentire un calore alla faccia per gli schiaffi che ti do).

Per dire avanzi pretese solo per il gusto di dare problemi.

Mà më të fàmë… Tèrë la càudë a lu cuànë.  (Mamma ho fame … Tira la coda al cane).

Së prùpetë nù squàcchië pedùcchië. (Sei proprio uno che schiaccia i pidocchi, un pignolo).

Chìudë sa pòrtë, chë aibbetë a lu culusseijë. ( Chiudi la porta, che abbiti al colosseo).

Mà më dòlë la pànzë… Và zì Cuštànzë ca të sbalànzë. (Mamma mi fa male la pancia … Vai da zio Costanzo che ti sbaldanzisce; cioè te lo fa passare).

Quando  nelle feste ci si riuniva e noi ragazzi cominciavamo a giocare esagerando con urla e corse, subito venivamo richiamati dalle nostre madri e in quell’attimo di silenzio mio zio Vitale Cilli, rivolgendosi a noi diceva :” Candë vulàssë sapà chë ammendàtë lë mammë”

(” Quando vorrei sapere chi ha inventato le mamme”).

 

Stefano Marchetta

Apr 17, 2014 - Articoli    No Comments

Lë seppiluchë (I Sepolcri)

Lë seppiluchë è un’usanza che si perde nella notte dei tempi, che ormai la modernità sta soffocando.

Esso consiste di mettere a germogliare grano, avena, ceci, fagioli, lenticchie, cicerchia, lupini e altri legumi, il giorno dopo carnevale in un recipiente, sulla cui base era posta della sabbia bagnata e poi posti al buio a farli germogliare, badando di mantenere umida la sabbia.

La scelta dei legumi è personale in base ai colori che piacciono perché ogn’uno ha un colore proprio, alcuni scelgono un solo tipo altri mischiano più semi.

Il mercoledì le donne dopo aver arricchito i germogli, che a volte superano i 30 o 40 cm, con piccoli fiori, lë seppiluchë sono portati nella chiesa di appartenenza per disporli intorno all’altare che è addobbato a festa, diventa il Santo Sepolcro di Gerusalemme.

A San Salvo i luoghi dove erano deposti lë seppiluchë, erano la chiesa di San Giuseppe, la Chiesa di San Nicola, il Calvario, la Chiesa della Madonna delle Grazie e la chiesa di San Rocco, ora le uniche che resistono è la chiesa della Madonna delle Grazie e il Calvario.

Dal giovedì Santo al Sabato Santo le famiglie in un percorso quasi circolare, grazie alla disposizione naturale dei luoghi da visitare,  in senso orario o antiorario, visitavano i sepolcri per pregare in religioso silenzio, perché la chiesa è il lutto, vige il silenzio, non si canta e le campane sono legate, per poi ritrovarsi vicino a casa, un popolo in cammino dove durante il pellegrinare si rincontravano amici e conoscenti scambiando i primi auguri per una Santa Pasqua.

Il senso religioso nella civiltà contadina è che il legume morto torna alla vita dal buio della morte con il suo germoglio, come Gesù vinta la morte, dal buio del sepolcro risorge nella luce di Dio.

Stefano Marchetta

Apr 2, 2014 - Articoli    No Comments

La Dottoressa

clelia

 

Un grande augurio ha mia figlia per il traguardo raggiunto.

Già laureata in ” Economia Bancaria,  Finanziaria e Assicurativa” con 110/110.

Ieri si è laureata in “Mercati ed Intermediari Finanziari”,

discutendo la tesi “Analisi quantitativa dell’impatto sullo Spread di fenomeni qualitativi” con 110/110.

Mar 9, 2014 - Articoli    No Comments

“Màzzë e chìzzë”

Il gioco di màzzë e chìzzë è un gioco non più di moda, ma giocato molto nei decenni passati.

Era un gioco che potremmo accostare al baseball americano per alcuni aspetti, le regole del gioco erano le seguenti, le squadre erano formate da due giocatori, dopo aver disegnato per terra due cerchi di un diametro di 40 cm a una distanza di circa 4/5 m, (queste sono le basi) servivano due mazze di circa 1 m (lë màzzë) e un tronchetto possibilmente di ulivo perché più resistenti di 25 cm e di diametro 3 cm (lu chìzzë).

Si faceva la conta per decidere a chi toccava, essere i battitori con le mazze e chi erano i lanciatori del pezzo di legno.

Il gioco iniziava con i battitori che si mettevano vicino ai cerchi e al loro fianco i lanciatori di cui uno aveva lu chìzzë.

I battitori tenevano il bastone appoggiato all’interno del cerchio per proteggerlo dal lanciatore che se vedeva il cerchio (la base) incustodita mettendoci il tronchetto al suo interno avevano la partita vinta.

Lo scopo del gioco era che i lanciatori potevano tirare in tutti i modi per far andare lu chìzzë all’interno de cerchio, mentre i battitori dovevano colpire lu chìzzë e mandarlo il più lontano possibile.

Così mentre i lanciatori lo andavano a raccogliere, i battitori iniziavano a contare i punti correndo da una base all’altra, era compito del lanciatore recuperare lu chìzzë e lanciarlo al compagno per fermare il punteggio o cercare di lanciarlo direttamente dentro il cerchio, rischiando che se la parabola era buona il battitore la poteva colpire di nuovo o si fermavano nella base per evitare di perdere la partita.

Altre regole, era partita vinta, se nel colpire lu chìzzë si spezzava o non era possibile il suo recupero.

Spesso capitava che il battitore colpisse così di forza che la màzzë gli scivolava di mano dando la possibilità ai lanciatori di mettere lu chìzzë nel cerchio e vincere diventato loro battitori.

Possiamo dire che era un gioco pericoloso perché non si sapeva mai che traiettoria avrebbe preso lu chìzzë, molti erano colpiti in malo modo con tagli e contusioni, senza mettere in conto finestre, auto, persone di passaggio e altro che era colpito.

Forse se si fosse cambiata lu chìzzë con una pallina e non giocato più nelle strade, forse sarebbe sopravissuta come gioco, forse oggi si giocava a baseball, forse ….

Stefano Marchetta

 

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